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Liberi e scorretti anche di agire

Questo è l’estratto dell’articolo.

Oltre ai commenti settimanali su quanto accade intorno a noi, vorremmo ospitare su questo sito dati e informazioni  su quelle situazioni di malcostume e prevaricazione che ognuno di noi è costretto a sopportare.

Che sia a causa della ordinaria burocrazia o dell’ arroganza del potere, o per colpa dei   poteri forti che sono  tali solo con i deboli o con chi è senza difesa.

Da queste pagine vorremmo denunciare, con il vostro aiuto,  ogni fatto che riterremo degno di nota, ma non solo, quando possibile e concesso, vorremmo poter esercitare ogni diritto per rimuovere quell’ostacolo, promuovendo azioni giudiziarie, esposti, lettere ai giornali, note al difensore civico, se necessario in sinergia con le associazioni dei consumatori o altre strutture istituzionalmente deputate a promuovere tali azioni.

Animale, Cavallo, Cavaliere, Mammifero

LA RIVOLTA DEL DITTONGO MOBILE

Si è svolta nei giorni scorsi la settimana edizione del premio La Quara, uno dei concorsi letterari per short stories più conosciuti e apprezzati nel panorama italiano. La giuria composta da Antonio Ferrari (editorialista del corriere della sera), Andrea Purgatori ( giornalista del Corriere della Sera e conduttore della trasmissione Atlantide), Sara Rattaro (già vincitrice del Premio Bancarella) e Rula Jebral ( giornalista e conduttrice televisiva), hanno premiato il racconto “La rivolta del Dittongo mobile” (scritto dal sottoscritto) giunto al ballottaggio e poi arrivato secondo definendolo : “una storia geniale scritta con irriverenza e freschezza di stile”.

Di seguito trovate l’intero racconto, già pubblicato su un’antologia edita da “Monteparma”.

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La rivolta del dittongo mobile

L’acqua del rubinetto sgorgava a filo da una cannella arrugginita: per riempire un bicchiere ci volevano tre minuti. Ma dopo cinque giorni di isolamento quella cella mi pareva una reggia, e benedivo la comodità del tavolaccio di legno e della dondolante sedia di plastica marrone, dove mi sedevo a riflettere come Le Penseur di Rodin. Cominciavo persino ad apprezzare la luminosità del marmo ingiallito del cesso.

Appena rientrato in cella, ero stato colto dal puerile impulso di imprimere sul muro un incivile segno grafico che rievocasse la mia presenza. Ma sulle pareti scrostate dai graffi del tempo e dagli sfoghi degli ospiti non c’era spazio neppure per una firmetta. Ovunque mirassi, c’erano già scritte e disegni, tra cui alcune opere grafiche che da subito stimai impressionanti per grandezza e potenza estetica: su tutte, un paio di illustrazioni oscene e un’ispirata rappresentazione espressionistica delle tre croci sul Golgota.

Le iscrizioni parietali proponevano per lo più stralci sgrammaticati estratti da testi di canzoni, versetti della Bibbia o del Corano e aforismi di natura apocrifa. Qualche passaggio trasudava vendetta, altre dichiarazioni trascendevano nel lirico, improvvisando rime di argomento religioso o dichiarazioni di redenzione, c’erano anche frasi in dialetto che predicavano pace e amore, un paio di bestemmie e dediche romantiche ad amori lontani.

Ovviamente, non si riscontrava alcun riferimento al movimento. Queste erano state cancellate perché facevamo paura.

Facevo paura.

Pareva ieri che tutto era cominciato quasi per caso.

Ricordo ancora come fosse novembre, una di quelle giornate autunnali in cui si sta bene a casa senza far niente. E la cosa a me piaceva perché, modestamente, in vita mia non avevo mai lavorato. Dopo la laurea in lettere antiche e il dottorato in filologia latina avevo anche provato a fare un paio di concorsi, ma non erano andati bene e allora avevo deciso di passare il mio tempo a leggere e studiare, visto che per campare era bastato lo stipendio di mia moglie, fino a che, faceva giusto un anno, era stata buttata sotto da un pirata della strada che l’aveva presa in pieno mentre era scesa per comprarmi le sigarette, lasciandomi senza affetto e risorse che non fossero i suoi risparmi.  

Comunque, ritornando ai fatti di Novembre, mio figlio Volfango era rientrato da scuola verso l’una e mezza. Frequentava la terza media alla Arnolfo di Cambio e da una settimana era entrata in organico una nuova docente.

Mentre mio figlio apparecchiava la tavola e metteva l’acqua sul fuoco, gli feci la solita quotidiana domanda di rito.

«Come è andata?»

«Ho preso quattro al compito di italiano. Quello che ho fatto l’altro giorno con te era pieno d’errori.»

Quell’informazione mi destabilizzò e mi forzò ad abbandonare di scatto la poltrona. Quattro al compito d’italiano? Impossibile: io, un linguista, un letterato, non ero stato capace a guidare mio figlio nello svolgimento di un banale compito a casa di italiano? 

Lo raggiunsi in cucina che stava facendo soffriggere l’aglio in padella. Volfango mi guardò strano, probabilmente riteneva che fossi sulla via della sordità o della demenza senile.

«Come hai detto? »

«Ho preso quat-tro al com-pi-to d’ita-lia-no!» il ragazzo sillabò per farmi sentire ancora più colpevole.

«Ce l’hai con te questo compito? Su, fammi vedere»

Lo vidi sbuffare e andare a prendere dalla cartella il foglio protocollo, che posò sul tavolo, al mio posto. Mi sentivo a disagio e incollerito, ma mi misi subito a studiare la faccenda. Si trattava di un tema, tre pagine per rispondere alla traccia proposta dalla docente: “I giovani preferiscono trascorrere il loro tempo al computer o al telefonino. Che valore dai ai nuovi canali di comunicazione?”. 

Scorsi velocemente le righe, concentrandomi sui tratti sottolineati in rosso che erano ventidue. Lo rilessi due volte, nel tema non c’era nessun errore!

«Ma cosa vuole questa incompetente?» protestai. «Ha segnalato errori che non ci sono!»

«No, papà. Gli errori ci sono. Lei me li ha spiegati… Sei tu che parli strano e mi fai scrivere le cose sbagliate.» rispose lui dalla cucina. «La prossima volta fammi fare da solo»

«Io? Cose sbagliate? Volfi per favore, non diciamo assurdità. Ti faccio un esempio… Ecco qua, il primo supposto errore: il cellulare sona. Terza persona presente del verbo sonare. Che problema c’è? Su, vieni qua, spiegami!»

Si avvicinò con aria svogliata al tavolo. Guardò di sfuggita il foglio grattandosi la testa, poi rispose con quella sua vocina robotica da adolescente mutante: «Ci manca la u. Si dice suona, non sona. E tutti gli altri errori sono così. Mi hai fatto scrivere delle lettere in meno».

Controllai sul testo. Mio figlio aveva ragione, la professoressa aveva segnalato tutte quelle parole in cui sospettava l’assenza di una vocale indispensabile. Scoppiai a ridere e lo guardai.

«No, caro. Le mie sono forme corrette. E’ la tua maestrina che è un’ignorante che dimentica la regola del dittongo mobile. In italiano le parole derivate da lemmi che contengono il dittongo in ie o uo si risolvono con una vocale semplice se l’accento passa su un’altra sillaba. La parola uovo ha un dittongo. Ma tu come lo chiami un uovo piccolo?» Il ragazzo mi guardò come se fossi scemo.

«Ovetto?»

«Esatto! Ovetto e non uovetto. Lo stesso vale per dieci… Il verbo derivato è decimare, non diecimare. Parliamo di decina, non di diecina… Hai capito? Prendi il verbo in questione: io suono. È corretto dire sonare, infatti parliamo della Sonata di Chopin, e non della Suonata! Prendi il verbo io muovo, ok? Si dice che il papà mosse la forchetta» e feci il gesto esemplificativo di raccogliere la posata e spostarla, «non il papà muosse la forchetta. Quindi, per farla breve, va benissimo scrivere il cellulare sona

«Boh.»

«Come boh?».

 «Papà, dicono tutti suona. Solo tu dici sona»

«E no! Esiste una regola linguistica chiara e coerente. Dittongo mobile! Lo dice la stessa parola: il dittongo si muove, cioè si contrae, a seconda della posizione dell’accento tonico. È una regola sensata e nobile: deriva dal latino. Ti faccio un altro esempio… Coloro che vanno a scuola sono detti scolari, non scuolari, l’anno è scolastico, non scuolastico. Gli abitanti di Siena sono senesi, non sienesi. E anche i verbi seguono questa regola: io siedo si coniuga così: tu siedi, egli siede, con il dittongo perché non si sposta l’accento, poi alla prima persona plurale il dittongo scompare… noi sediamo, voi sedete, essi sedono. E l’infinito è sedere, non siedere. Ovviamente il lassismo linguistico ci spinge a forme spurie come essi siedono, ma è sbagliato. Se esiste una regola, perché dovremmo usarla con discriminazione? Dobbiamo applicarla ogni volta, con un senso!»

«Ho capito. Ora mangiamo.»

Portò due piatti di pasta in tavola. Aveva dimenticato di metterci il formaggio.

«Non ho fame.» annunciai. «Vado in biblioteca a cercare un libro di grammatica. Così ti faccio vedere…»

«Ma io ce l’ho il libro di grammatica, è di là in camera.»

«Il tuo libro di grammatica è tremendo. È contaminato dalla lingua parlata e dagli orrori del lassismo formale novecentesco. Occorre una grammatica del Settecento, al massimo della prima metà dell’Ottocento.»

Scesi dopo una decina di minuti. A passo svelto, raggiunsi la biblioteca comunale dove non c’era più il vecchio Giorgio, ma uno nuovo, un trentenne sgraziato e indisponente. 

«Salve, cercavo le Regole ed osservazioni della lingua toscana del Corticelli. Un testo del 1740 »

«Non ce l’ho.» rispose il ragazzo senza consultare il terminale. «Possiamo provare a fare un ordine. Ma se è un testo antico, penso che non ne caviamo niente»

«Mi scusi. Prima di tutto, non è un testo antico, ma moderno. L’antichità, come tutti riconoscono, si conclude nel 476 dopo Cristo. Poi non le sto chiedendo una copia originale, mi va benissimo una riedizione.»

«Non ce l’ho»

«Capisco, ma non ha neppure controllato. Sono sicuro che in biblioteca avete una sezione dedicata alla storia della lingua italiana. Se non si può ottenere il Corticelli, mi va benissimo la Grammatica ragionata di Francesco Soave. Oppure mi accontento delle Regole della lingua italiana del napoletano Basilio Puoti»

Franco, purtroppo, era un uomo di popolo e uno spirito incolto, arruolato a seguito di un’eccellente raccomandazione e ignorava molte cose, tra cui l’educazione e il rispetto.

«Ma muoviti, vattene.»

«Ecco, proprio questa è la questione che vorrei risolvere. Lei mi dice muoviti. Ma si esprime male. Dovrebbe dirmi: moviti!

«Ancora qua stai? Voi che ti dò foco?»

«Ah, sì, ha afferrato l’argomento. La regola concerne proprio la contrazione in unica vocale di un dittongo, ma lei l’ha utilizzata a sproposito. In questo specifico caso, visto che è partito da lemmi basici, doveva usare vuoi e non voi, fuoco e non foco. Tutt’altro discorso invece se si fosse trattato di derivativi, come volessi, volere, volendo o sfocato, focalizzare, focarazzo…»

Il bibliotecario sgranò gli occhi.

«Mi stai coglionando?»

«No, ascolti bene: i dittonghi in ie e uo si conservano quando si trovano in una sillaba accentata che termina in vocale ma si riducono a una sola vocale, la e e la o, quando appaiono in una sillaba non accentata, o in una sillaba accentata che termina per consonante. Perché dire nuovissimo o buonissimo quando la regola stabilisce che bisogna dire novissimo e bonissimo? Posso capire che in certi casi si crei ambiguità, per esempio come nei verbi io noto e io nuoto, che all’infinito diventano entrambi notare… ma se le chiedo che tipo di componimento è Alla sera di Foscolo, lei mi risponde un sonetto e non un suonetto. Giusto?»

«O sei scemo, o mi stai prendendo per il culo. Vattene, che io non ho tempo da perdere!»

Purtroppo me ne dovetti andare senza la mia grammatica, ma la mattina seguente chiesi un colloquio con la professoressa di Volfango.

«Signor Boretti buongiorno, venga si accomodi»

La donna cominciò a parlare del ragazzo, ma la fermai prima che s’infilasse nella solita tiritera di uno studente che potrebbe dare di più o del giovane che non ha ancora del tutto superato il drammatico evento della scomparsa della madre.

«Guardi, io sono venuto qui per altro»

L’insegnante mi lanciò un’occhiata interrogativa.

«Dica pure.»

«Lei ha valutato con un quattro il tema di mio figlio»

«Sì, c’erano molti errori di distrazione, Volfango è un ragazzo intelligente, ma ha troppa fretta e dimentica delle lettere.»

«Ecco. Quelle che lei chiama distrazioni sono omissioni giustificate di vocali secondo la regola del dittongo mobile. Lei sta insegnando ai suoi scolari un italiano approssimativo e poco elegante.»

«Scusi, non ho capito»

Le spiegai di cosa stavo parlando, partendo dalla grammatica latina, soffermandomi sulla regola generale dei dittonghi in italiano e fornendole decine di esempi ragionati sull’uso e l’infrazione che si faceva nella lingua comune. Le dissi anche che le regole esistono per uniformare i comportamenti e le espressioni degli umani (e non uomani) in una direzione logica finalizzata all’armonia, alla funzionalità e all’intesa morale, e che chiunque osasse ignorare tali dettami trasgrediva il fondamento stesso della società civile mortificando il senso del patrimonio culturale italiano.

La professoressa Grilli mi guardò senza rispondere, poi si alzò lentamente dalla sedia.

«Signor Boretti mi scusi, le sue argomentazioni sono interessanti, ma ora non ho tempo»

Uscii dalla scuola con la certezza che in quella storia ci fosse qualcosa che non andava. Ma quello fu solo il romantico inizio: presto le cose assunsero una piega del tutto inaspettata.

Non potevo né volevo fermarmi. Mandai una mail all’Accademia della Crusca, da cui ottenni una risposta superficiale. Scrissi una lettera al Ministero della Pubblica Istruzione e un messaggio al mio vecchio professore di letteratura italiana. Non ne cavai nulla. Decisi che avrei costituito un’associazione, un gruppo o qualcosa di simile, per sensibilizzare gli utenti della lingua italiana sul decadimento di una regola fondamentale del corretto parlare e denunciare il processo di imbarbarimento dei lessemi storici. Dopo aver ritirato Volfango dalla scuola, buttai giù il programma e trovai il nome: Rispetto delle regole per l’italiano. RRI.

Non so cosa successe, ma la crescita del consenso fu esponenziale. In capo a due mesi avevo già più di diecimila persone che mi seguivano su Facebook, gente di tutti i tipi, ragazzi di buona famiglia e iscritti ai Cobas, neocatecumenali e Trotskisti dissidenti, perfino gruppi di teologi della liberazione. Quasi per gioco organizzammo un incontro tra gli iscritti, fino a che non fu la volta di una grande simposio su l’argomento Votare è lo stesso che vuotare? Arrivò un sacco di gente. Su La Repubblica apparve un odioso trafiletto in cui venivo raccontato come un un folle agitatore che aizzava la teppa nazionalista contro la libertà di espressione e l’emancipazione culturale dell’individuo. In pratica mi davano del fascista… Fascista io, che alle ultime elezioni avevo votato Matteo Renzi!

  Le televisioni facevano a gara per invitarmi a discutere sull’argomento. All’inizio i presentatori sembravano prenderla alla leggera, descrivendomi come un provocatore o un situazionista postmoderno. Io non mi lasciavo corrompere dal loro tono qualunquista; rimanevo serio e continuavo a spiegare quanto fosse importante preservare l’italiano dall’imbarbarimento culturale, dai pericoli della contemporaneità e dall’anarchia funzionale.

Alcune nostre tesi furono discusse sulle prime pagine dei giornali, sia in Italia che all’estero. Lo slogan il movimento si move! divenne virale e nei talk show serali, filosofi e giornalisti impegnati, dibattevano sul senso di questa rivoluzione ontologica, dove si incontrava il relativismo estremo con il razionalismo trascendentale idealistico oltre-ideologico.

Per strada c’era gente che indossava magliette con questa frase o con il logo dell’RRI e dalla fase embrionale, più artigianale e improvvisata, passammo a un livello superiore. Ci demmo una struttura e delle regole.

Il nostro manifesto programmatico “Rispetto delle regole per l’italiano” si pronunciava su questioni linguistiche, ma anche su tesi generali riguardanti l’ordine, il rispetto dei precetti e della logica affascinando e coinvolgendo molte persone estranee a interessi linguistici e al mondo letterario. Per strada si gridava «Basta con la dittatura del lassismo!». Era arrivato il momento di liberarci dalla libertà. Dovevamo tornare al profondo e ragionato rispetto della logica pura delle regole.

Lo Stato però non ci ascoltava, schiavo com’era di pressioni e interessi. Sordo a tutte le istanze popolari, non capiva, o non voleva capire, che la gente non ne poteva più. A frotte, giorno dopo giorno, le nostre fila si ingrossavano. Poi uno degli attivisti dell’RRI fu malmenato dai poliziotti e rinchiuso in prigione.

 Per protesta le manifestazioni in tutto il paese si susseguirono senza sosta. Migliaia di cittadini con le bandiere gialle e blu del movimento percorrevano le più grandi piazze italiane.

Cominciarono gli assalti alle redazioni dei giornali e delle case editrici che si ostinavano a non prendere in considerazione le nostre regole. Incitammo la popolazione a non partecipare al voto, perché nei programmi dei partiti nessuno si era preoccupato di risolvere correttamente le riduzioni dei dittonghi. 

La guerra divenne senza regole. Il popolo contro il potere costituito.

I poteri forti fecero ogni genere di pressione per chiedere lo scioglimento forzato del movimento e l’arresto dei suoi leader. Le grandi industrie, temendo borsa e mercati, si organizzarono in lobby cercando di spostare il dibattito dal “dittongo mobile” allo “iato”, ma con risultati scarsi.

Eravamo soli contri tutti ma, convinti di stare dalla parte della ragione, continuammo a lottare senza alcun timore. La difesa del dittongo mobile era il punto archimedeo su cui insistere per riequilibrare le sorti del mondo, la prospettiva da cui far partire un rinnovamento culturale ispirato al rispetto delle regole e delle tradizioni storiche. 

Le cose precipitarono quando il Parlamento ci mise fuori legge e una costola del movimento si staccò dall’organizzazione centrale per entrare in clandestinità. I capi di questa frangia estremista, chiamata “Dio ci ha dato il dittongo”, diffusero l’idea che chiunque non parlava o scriveva in modo corretto dovesse essere punito. Gli scontri degenerarono e il movimento contò tra le sue fila tre morti. Due a Roma e uno a Bologna.

Cominciarono allora gli attentati, le bombe carta, le molotov e l’antrace. Gli studenti delle scuole superiori e delle università occuparono le aule, alcuni militari nostri simpatizzanti assaltarono il comune di Poggibonsi e nominarono la cittadina toscana la nuova capitale dell’Italia delle regole.

Forse, non si sarebbe dovuto arrivare a questo. Io per primo, ripensandoci, certe volte mi stupisco di come la faccenda sia evoluta. Ma, a nostra discolpa, posso dire che non c’era stata concessa altra scelta. C’era la nostra libertà in gioco: la libertà di fare a meno della cattiva libertà. Insomma, volevamo solo poter seguire e rispettare le ferree e necessarie regole della grammatica italiana.

Mi arrestarono una mattina d’estate sotto casa. Mi presero per le spalle e mi spinsero in una macchina. Mi portarono in caserma e due ore dopo direttamente in carcere.

 Ero rinchiuso da troppo tempo. Ero depresso e stanco. Ma quel giorno c’era un motivo importante per cui mantenermi all’erta e positivo.

Mi misi a sedere sulla sgangherata sedia e appoggiai i gomiti sul tavolo per sollevare la testa. Da fuori del carcere cominciarono a rimbombare le prime grida. La manifestazione più grande del secolo si sarebbe tenuta proprio sotto il penitenziario dove mi trovavo.

Non so cosa sarebbe successo. L’ONU aveva inviato degli osservatori per impedire che le forze dell’ordine usassero violenza. La Russia aveva minacciato il nostro Paese mettendoci in guardia sull’uso incontrollato della forza contro gente inerme che manifestava pacificamente. La voce del popolo era nitida, potente e grammaticalmente ispirata. Erdogan aveva minacciato di interrompere il blocco dei migranti e perfino la Cina si era mossa a nostra difesa.

Gli slogan cominciarono a filtrare fino a dentro le mura.

«Rispetto delle regole per l’italiano! Borrelli libero!»

Mi avvicinai alla piccola finestra sbarrata della cella, una lacrima mi solcò la guancia.

«Vinceremo, ragazzi. Sono sicuro che alla fine sconfiggeremo ogni forma spuria e incerta di lessicalizzazione del dittongo. Lo Stato mi ha incriminato, ma la storia della linguistica italiana mi assolverà.»

Andrea mennini righini ( alias : andrea stopardi)

L’esasperazione dei titoli e delle immagini

Non sono un bigotto.

Perlomeno non mi reputo tale. E quindi non mi scandalizzo quasi mai per cosa succede nella sfera privata di ciascuno di noi. La libertà di ognuno deve avere il solo limite della mia libertà.

Amo il bello e ritengo che non ci sia niente di male a mostrare ciò che la natura ha dato in dote a ciascuno di noi, e che, in autonomia, si ritiene possa essere gradito alla vista degli altri.

Con un pizzico di moderazione e la necessaria consapevolezza. praying-2698568__340

Purtroppo sappiamo tutti che ogni cosa col tempo si modifica, e che ciò che è bello oggi, domani, ahimè non lo sarà più per quel piccolo dettaglio che è il tempo che passa, o perlomeno non lo sarà in senso assoluto e per tutti.

Continuando però ad esserlo, ed è la cosa più importante, per le persone che si amano e da cui siamo amati.

E’ la ruota del tempo. Non c’è nulla da fare.

Detto ciò, ritengo, per un verso che non ci sia nulla di male nel mostrarsi in questi termini, da parte di chi ha qualcosa di bello da proporre, e dall’altra parte, non sia sconveniente, se fatto con moderazione, il guardare con piacere le immagini di belle ragazze ( o di bei ragazzi) nelle diverse varianti che queste/i amano sottoporre all’attenzione dei non solo attempati osservatori delle loro grazie.

Il problema è che stiamo esagerando.

Su ogni pagina di giornale, su ogni sito di internet e in ogni dove, siamo oggi sommersi da centinaia di glutei pressati in minuscoli costumi, performanti corpi mostrati in ogni minimo dettaglio durante improbabili sessioni di ginnastica fai da te, esplosioni di tette artificiali contenute a fatica da striminziti reggiseni, e deretani immensi che paiono entrare direttamente nei grandangoli di costose macchine fotografiche nipponiche.

E non basta. Questa è la parte più light.

Nel tentativo di mostrare sempre qualcosa di più nuovo o di estremo, troviamo ogni altro possibile tipo di provocazione, spesso sessuale, che possa attirare l’attenzione di chi guarda.

Posizioni improbabili e rischiose, raggiunte con sprezzo del pericolo, amori saffici, congiunzioni, carnali o meno, con tutto ciò che è possibile.

Fino ad arrivare al peggio del peggio: Rocco Casalino che su una rivista di gossip si bacia con il suo ultimo boyfriend.

Non basta.

Insieme a questo, con lo scopo presumibile di aumentare le “visite” della pagina e/o la vendita del giornale, le testate, cartacee o online, che le pubblicano ( spesso anche giornali nazionali nelle loro appendici social) contribuiscono  ad esasperare il messaggio dotando la riproduzione fotografica con un titolo  egualmente ammiccante e provocatorio, della serie: Tizia su una scogliera sola e nuda  in un’esplosione di sensualitàCaia mai vista così, una scena mozzafiato, o l’ex velina con il topless estremoil lato b di Sempronia da far paura…E così via con il condimento di : spettacolo da infartoimmagini da censurascene estreme…

Si esaspera la notizia, si dipinge il fatto con aggettivi e descrizioni sempre morbose, e soprattutto si tratta il lettore come se fosse un assatanato guardone, un uomo di Neanderthal dedito solo al sesso e a poco più.

Tutto in ossequio a quella nuova divinità che è l’esigenza di aumentare i ”visti” e i “like”.

Per questo mi domando se non è troppo?

Se questa cultura del voyeurismo non ha superato i limiti?

Se non è l’ora di dare un segnale ai padroni della comunicazione estrema che è ora di finirla ed esigere un po’ di sobrietà?

Per quanto mi riguarda giuro che da domani smetterò di cliccare sui siti che propongono cose del genere del genere.

Da domani, perché oggi devo finire di vedere un video di Belen !

Andrea stopardi (liberoescorretto.blog)

Il sogno di Alvaro (una piccola storia)

Lo hanno ritrovato disteso lungo la linea ferroviaria Firenze Rovezzano, a due passi da casa.

Si chiamava Alvaro Andreucci, aveva 83 ed era scomparso da una decina di giorni senza dare più notizie di sé.

Il suo corpo, ormai esanime, era rannicchiato accanto a uno di quei pozzetti per la raccolta delle acque piovane che  corrono numerosi lungo le rotaie.Gleise, Rotaie, Treno, Ruggine

Accanto a se aveva solo il sacchetto che aveva riempito prima di uscire il 31 Luglio scorso, e dentro il quale aveva raccolto un cambio e un paio di maglioni.

Nient’altro.

Solo qualche vestito e la libertà.

E’ vero, la storia è straziante e la fredda cronaca ci dice che Alvaro non era autosufficiente, lasciandoci intendere che probabilmente non era neppure pienamente consapevole delle sue azioni. Il tutto con ogni conseguenza in ordine alla capacità di giudizio nel valutare la possibilità di raggiungere Stia in Casentino, il luogo dove era nato e cresciuto, e dove pare fosse diretto.

Con la sua malattia Alvaro non aveva la capacità di discernere ciò che era possibile fare, da quello che atteneva alla sfera del sogno e della fantasia.

Probabilmente era come un bambino che voleva raggiungere a tutti i costi qualche regno fatato.Castello, Fairytale, Guglie, Torri

E se la cosa la guardiamo dal punto di vista della razionalità, non c’è nulla che la giustifichi. Troppo deboli le sue membra e troppo fragile la sua mente per quella missione impossibile.

Senza contare il dolore che ha lasciato ai suoi familiari e a chi gli voleva bene, che si chiederanno se avrà sofferto?

Che si domanderanno se una più attenta vigilanza avrebbe potuto evitare il “fatto”?, insieme a mille altri pensieri, che possiamo solo immaginare.

Detto ciò, non possiamo fare a meno di pensare a questo anziano signore, che a testa alta e fiero, con pochi indumenti infilati in un sacchetto della spesa, un paio di scarpe e la sola forza del suo sogno, si è messo in cammino per raggiungere le proprie radici.

E a chi scrive piace pensare che oggi Alvaro, quel sogno forse lo ha veramente raggiunto, e ora ci guarda da lassù, con il sorriso di chi ha saputo dare un senso alle proprie scelte.

A me piace immaginarlo così.

Sono un romantico? Forse.

Sono un visionario? Può essere.

Quello che è certo è che Alvaro non era un uomo comune, ma una persona che con la sua fuga, solitaria e improbabile, ha dato una lezione a chi non sa coltivare i sogni e che pensa che per volare si debba necessariamente avere le ali.

 

Aquila Calva, Impennata, Uccello, Raptor

Andrea stopardi (da liberoescorretto.blog)

 

 

 

 

 

Sicurezza e zona Blu

Qualche tempo fa mi sono addormentato in terrazza. Verso le 23 e 30, neppure a tarda notte, il cane ha cominciato a ringhiare e io, allertato ho drizzato le orecchie e sentito dei rumori in giardino.

Affacciatomi di corsa, se pure un po’ a corto di riflessi, ho visto due figure che si arrampicavano dalla rete che mi divide dal vicino. Accese le luci e urlato non mi ricordo cosa, ho inquadrato meglio le due figure, corpulente e vestite di scuro, che si stavano velocemente allontanando riguadagnando il percorso appena fatto.

Nello scavalcare dall’altra parte, uno dei due “ladri”, quello che era dietro, senza neppure alzare il tono profferiva queste precise parole:

<Nulla, nulla… non paura, stiamo solo rubando!>

Ovviamente non ho riso, perché non c’è nulla da ridere, e ho chiamato i Carabinieri che in meno di cinque minuti erano già in strada, con la gazzella senza luci e suono.

Non so se li hanno presi o meno, ma la cosa mi ha fatto pensare alquanto. Non tanto per la cosa in se, dato che il “furto” esiste da quando esiste l’uomo, quanto per la giustificazione che mi è stata data da quelle persone che si erano introdotte in casa mia, o che comunque stavano per farlo.

Secondo loro, in sostanza, ciò che stavano facendo, era da considerarsi normale, comunque accettabile.

Loro avevano il diritto di provare a entrare nella mia casa, con i mei cari che stavano dormendo e potevano frugare tra le mie cose, portando via ciò che gli andava a genio, e io avevo il dovere di accettare “quel rischio”, perché ormai le cose vanno così.

E pensandoci bene, non hanno neppure troppo torto.

Proprio in questi giorni nel rileggere, per diletto,  gli articoli che mio nonno, più di una vita fa, scriveva come corrispondente della Nazione dal Mugello, mi ero soffermato su un articolo di cronaca , con cui si dava conto del rovesciamento di un carretto di derrate alimentari per via di un cavallo imbizzarrito.

Erano poche righe con cui si descriveva il grave fatto che, solo per fortuna non aveva procurato feriti, e che era stato pubblicato su una sola colonna e di lato,  perché al tempo, un furto, sia pure tentato, avrebbe occupato almeno mezza pagina.

Oggi i furti non vengono raccontati neppure in parrocchia, tanti sono, figuriamoci se possono trovare spazio nel giornale.

Magari le rapine si, ma è meglio l’omicidio. Tira di più.

E’ vero che è passato più di un secolo e che il mondo è cambiato, ma magari oggi poteva essere che invece di considerare i furti una cosa normale, si poteva avere una maggiore sicurezza.

Le cose potevano in effetti svilupparsi in un modo o nell’altro. C’è andata male, ed è successo che, per l’appunto, si è sviluppato nell’altro.

Non si tratta di essere reazionari o amanti a tutti i costi dell’ordine, ma solo di riuscire a capire perché questo diritto alla sicurezza non trova spazio nei cuori e nelle leggi di chi ci amministra, e arriva sempre “esimo” nelle loro considerazioni, largamente superato da “progetti senza senso” come la riapertura, lo cito solo per esempio, della zona blu.

In sostanza pare che i nostri amministratori, invece di pensare a riprendere il controllo delle zone della città ormai prive di regole e diventati autentici campi di battaglia, come via Palazzolo (chiamata amabilmente Mogadiscio) o le Cascine, nota terra di spaccio, pensano a riaprire il centro alle auto per creare casino, impedire ai residenti di dormire, oltretutto senza portare alcun beneficio.Florence, Palazzo Vecchio

Non so se sono cose da sole ferragostano, ma è così. Si pensa a smantellare un progetto che funzionava bene e che aveva realizzato Graziano Cioni tra i primi in Europa anni fa,  e si lascia che nelle vie del centro delinquenti comuni si scannino a coltellate.

Ecco perché a ben guardare hanno ragione quei semiprofessionisti delle “effrazioni notturna in casa d’altri”.

Nelle loro considerazioni, vedendo che sono i nostri leader a considerare accettabile questo genere di cose, hanno tutto il diritto di chiedersi perché gli rompiamo le scatole per un semplice “furto” (peraltro tentato).

Se l’Amministrazione comunale è più intenta a riaprire la zona blu che a cercare di dare respiro ai fiorentini in ordine alla sicurezza, una ragione ci sarà.

Se gli assessori, da poco in carica, già cercano di trasmigrare in Regione, candidandosi al Consiglio, ed usano l’incarico come un taxi, invece di adoperarsi per dare soluzioni alle questioni che interessano la Città, qualche risposta ce la dobbiamo dare noi e dobbiamo darla a loro.

E questa non può che essere che quella di fargli capire che siamo stufi e che non li riteniamo adeguati al ruolo.

E per farlo dovremo cominciare a votare per le prossime regionali guardando finalmente alle persone e alle loro storie di coerenza e di operatività, piuttosto che alle indicazioni di chi ha come obiettivo solo quello di occupare altre poltrone.

Perché i candidati non sono tutti uguali.

Perché sia nelle liste della destra che in quella della sinistra, ci sono donne e uomini che hanno dato dimostrazione di adoperarsi per rispettare il mandato che gli è stato dato, così come ci sono quelli che si sono dimenticati quasi subito di chi li ha votati.

Ecco che allora, guardando bene, troveremo chi è stato messo in lista perché altri lì hanno voluti per far vedere quanto contano, ritenendo di usare poi le eventuali affermazioni in giochi di potere lontani da Firenze, ci sono candidati che per esserlo avrebbero accettato qualunque lista, e persone per bene che sono state lasciate fuori dalle candidature perché rischiavano di fare ombra ad altri. Troveremo anche persone per bene che fortunatamente, e a fatica, sono state inserite nelle liste, ed è tra queste che potremo e dovremo scegliere.

Poi, che c’entra, come in ogni elezione che si rispetti, ci saranno le solite magagne:

I supporter dell’ultima ora, i furbiFox, Furbo, Selvatici, Fauna, Carnivore che attendono di vedere chi vince per schierarsi, così come ci saranno quelli che dicono a tutti di essere con loro, e quelli che trattano il proprio bagaglio di consensi per ottenere qualcosa per se stessi.

Insomma le solite storie che da una vita contraddistinguono il momento elettorale.

Ecco perché, se vogliamo provare a cambiare qualcosa, credo che sia il caso di cominciare a votare con cognizione di causa, e dare il nostro consenso, sia pure nei diversi schieramenti che ognuno di noi sceglierà, a chi ha dato prova di essere lontano da questi schemi.

Nei fatti e non solo a parole.  Guardare a chi non è stato invischiato negli ultimi anni in logiche di partito, a chi ha sempre tenuto comportamenti seri e coerenti, e che magari è tornato nell’agone politico solo per spirito di servizio e per dare una mano a tutti noi.

Gente che non ha vissuto di politica e che lo stipendio se lo è sempre pagato con la propria attività, e che solo in questo modo potrà essere al servizio dei cittadini, e non servirsi di questi.

Ma di questo ne riparleremo. Magari facendo nomi e cognomi.

Andrea stopardi (liberoescorretto.blog)

 

 

 

 

Il DNA dei 5 stelle

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Non ce la fanno proprio. E’ più forte di loro.

Tanto da farmi ipotizzare che sia necessario disporne in gran quantità per essere ammesso tra i 5 stelle.

Mi riferisco alla capacità dei pentastellati di dire stronzate come fossero vere. Mi riferisco alla loro naturale predisposizione alle affermazioni stupide, sia pure certificate e garantite da qualche occupata posizione parlamentare.

Cominciarono qualche anno fa, (nel 2013) 14 deputati di questo movimento/partito (primo firmatario On. Galinella) che con una proposta di legge (la 1407) chiesero di inasprire le condanne a chi contraffaceva i prodotti alimentari.

Giusta iniziativa, che però scontava nel testo, poi anche motivato nella presentazione in aula, l’accanimento contro “il grano saraceno”, che gli “incolti” grillini scambiavano evidentemente per grano venuto dalle prossimità della Turchia, mentre questo appartiene da secoli alle nostre coltivazioni. Cereali, Punta, Orzo Campo, Grano, Orzo

Se al tempo qualcuno, con molta pazienza, non glielo avesse spiegato, oggi, forse, ci saremmo trovati a interrogazioni conto l’insalata russa, la crema catalana o la zuppa inglese.

Ma questo è nulla. Perché al peggio, e alla stupidità grillina, non c’è mai fine. In un crescendo Wagneriano, i pentastellati, si sono distinti in una serie di sfondoni con cui si potrebbe scrivere un libro.

Di quelli umoristici, che a confronto le “formiche” di Gino& Michele, scomparirebbero dalle librerie.

Si va dalle schede riempite dai nostri baldi e profumatamente pagati rappresentanti stellati alla Camera, che nella scheda personale, alla voce Stato civile, hanno scritto “italiano” (On. Gallinella),e più sotto, un altro deputato (uomo), alla stessa voce : “nubile” (On. Ricardo Nuti). Fortuna che una collega (donna) probabilmente per recuperare l’equivoco, nella sua scheda ha scritto: celibe.

Si va ancora dalle interrogazioni sulle scie chimiche (On. Bernini),  fino al non conoscere il numero dei Senatori (On. Blundu) e a confondere una fiction sulle sirene con la realtà, tanto da far adombrare un qualche complotto per nascondere alla popolazione l’esistenza di queste creature e farne addirittura un’interrogazione. (On.Tatiana Basilio). Sirena, Fantasia, Mistico, Natura, Mare

Così, tanto per non farci mancare nulla, ricordiamo, come anche ieri, ci sia stato l’ennesimo errore di due deputati pentastellati, marchiano per la sua gravità e demoralizzante per la provenienza, (uno dei due gaffeur è addirittura il sottosegretario agli esteri, Manlio di Stefano –) con cui si è collocato Beirut, nel cui porto è avvenuta una tremenda esplosione chimica con molti morti e feriti – con la relativa solidarietà verso il popolo libico, dimenticando che Beirut è la capitale del Libano.

Il che sarebbe dire come essere vicini  al popolo svizzero per un  incendio scoppiato a Parigi…

Detto ciò voglio solo aggiungere che a chi scrive non sfugge che ognuno di noi può sbagliare, e io lo faccio in continuazione. Come molti, se non tutti, riempiamo le nostre giornate di errori, ed è anche naturale che non possiamo conoscere ogni cosa.

Se così non fosse non saremmo umani.

Quindi, quanto detto sopra, non è una critica alla mancanza di conoscenza, o alla possibilità di errare.

No.

Si tratta di un’accusa peggiore, e cioè della mancanza di rispetto che questa gente ha nei confronti di tutti noi.

Perché se è ammesso, come è giusto che sia per tutti, lo sbaglio, questo non deve però  essere concesso quando deriva dalla superficialità con cui si affrontano i problemi, dalla improvvisazione con cui si interviene, e dalla sciattaggine con cui si pretende di gestire la cosa pubblica.

Su ogni cosa è sempre necessario approfondire, prima di parlare.

Figuriamoci se non deve farlo chi sta al Parlamento. Figuriamoci se si tratta di un sottosegretario agli esteri.

E’ una questione di rispetto, e il rispetto è tutto.

Scusate se sono stato troppo lungo.

Anzi come ha avuto occasione di dire in un intervento alla Camera l’Onorevole Tripiedi ( 5 stelle  scusate se sono stato  breve e “circonciso”!.

 

andrea stopardi (liberoescorretto.blog)

 

 

 

 

Tra pandemia, rinvii ed elezioni regionali

 

L’immagine dell’orchestrina sul Titanic che suona mentre la nave affonda rende bene l’idea.

Ieri ho incontro un cliente che gestisce un albergo nel centro del capoluogo toscano e che paga per l’affitto (d’azienda) quasi diecimila euro mese, e che da Marzo a oggi ha incassato neppure ottocento euro.

Non sa che fare.

Del resto la proprietà è una struttura religiosa che si regge sugli affitti, che è in bilico con i conti e che ha ipotizzato una decurtazione del canone per cercare una via d’uscita. Ma non più di tanto, perché non può.

Anche loro non sanno che fare.

Il governo cerca di rintuzzare, di spalmare qualche risorsa (che non c’è), prova a tirare la coperta da una parte, ma scopre il lato opposto, e di fatto rinvia tutto.

Perché non sanno che fare.

L’opposizione fa il suo mestiere, contesta e vota contro. Talvolta approva gli scostamenti di bilancio per il bene del Paese, talaltra no. Alcune componenti del centro destra dichiarano che voteranno a favore dell’utilizzo del Mes, altre no.

Perché hanno molti dubbi sul da farsi.

Pare essere la sagra dell’indecisionismo, il supermarket del tutto e del contrario di tutto. Nessuno programma più niente perché non c’è nessuna certezza dei dati sui quali fondare la programmazione e perché non si sa cosa succederà domani.

Siccome non usiamo più consultare gli auruspici, e Paolo Fox non ci dà tanta sicurezza, dobbiamo affidarci alla realtà dell’oggi, e questa ci dice che l’unica cosa certa è che il futuro prossimo non sarà roseo, anzi pare piuttosto funereo.

Ecco perché è necessario, non potendo affrontare tutto e subito, che si lascino da parte questioni capziose, sterili e di principio, si discuta e si affrontino per bene e con cognizione di causa, le questioni prioritarie che non possono essere più rinviate, come la scuola, la sicurezza e il lavoro.

Per quanto riguarda la scuola siamo infatti alla farsa. Lasciamo stare il problema “Azzolina” in se, perché tra lei e Toninelli hanno la capacità di far sembrare Antonio Razzi, un gigante della politica, e guardiamo al contenuto del progetto ministeriale. In effetti  più che sulla formazione del personale e sull’adeguatezza edilizia e di sicurezza degli istituti, pare essere incentrato sull’utilizzo dei “banchi a rotelle”, una sperimentazione più da circo Barnum che da plesso scolastico, che ci porta a pensare più all’immagine giocosa dei ragazzi che si divertono a girare qua e là per la classe da banchi-vagone, che a un qualcosa di serio.

E tutti sappiamo quanto è importante la scuola.Ragazzo, Ragazza, Mano Nella Mano

Per quanto riguarda la sicurezza, la scena è meno gaudiosa, perché il problema è grave e attuale, e non è più possibile nasconderlo sotto il tappeto, come in molte città i sindaci (come per esempio Nardella a Firenze) hanno fatto e stanno facendo.

E riguarda tutti. Nessuno escluso.

Non si è più sicuri di circolare nelle nostre città, e non solo  nei luoghi noti a tutti per lo spaccio e il degrado dove perfino le forze di polizia hanno remore ad entrare, ma anche in piazze e vie ritenute tranquille.Degrado Urbano, Grafiti, Abbandonato

In molte aree del centro e della periferia, soprattutto quando è sera, le donne non sono più sicure a camminare da sole, e alcune aree metropolitane sono addirittura off limits ai cittadini.

E’ evidente che la situazione rischia di degenerare e che il problema interessa tutta la cittadinanza.

Ma se queste sono le due tematiche che paiono essere le maggiormente sentite, la terza, e cioè il lavoro, è addirittura una polveriera pronta ad esplodere.

Dopo il 15 di Ottobre, data stabilita per legge, sarà possibile di nuovo licenziare e pare che molte aziende saranno costrette a farlo, perché nulla o poco si è fatto per evitarlo. E allora non si tratterà più di avere difficoltà a camminare per la strada da soli, che è già un bel problema, o di ridere sulla gazzarra che i ragazzi potranno fare a scuola con i banchi volanti, ma ci dovremmo confrontare con una crisi dalle proporzioni immani, dove le famiglie dovranno cercare di sopravvivere e il lavoro sarà merce rara.Senza Soldi, Povero, Soldi, No, Crisi

Forse sarebbe bene che a livello governativo qualcuno decida di non decidere di rinviare e basta, e a livello locale, sarà opportuno cominciare a dare fiducia (magari già dalle prossime elezioni regionali) a chi ha veramente a cuore i problemi della gente senza velleità pelose e inconcludenti. Qualcuno che cominci a operare in modo serio e costruttivo, senza tirar fuori dal cilindro ormai consunto giochi da retrobottega del potere, per piazzare le proprie donne e i propri uomini ove possono avere maggiori probabilità di essere eletti, al solo fine di aumentare il proprio peso politico, magari in prossimità dell’imminente scadenza del proprio mandato amministrativo.Florence, Italia, Duomo, Europa, Firenze

 

Andrea stopardi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grillo, sonetti e fogne

 

Che Beppe Grillo sia un “elevato”, così come si autodefinisce, è cosa nota e certa. Lo si capisce dal modo in cui cammina, in cui si muove, perfino da come declama.

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Il problema è capire “elevato” dove? E qui la risposta sarebbe troppo facile e scontata, quindi lasciamo stare, e soffermiamoci invece sul fatto che questa persona ha assunto un ruolo di tutto rispetto nel panorama politico italiano, e che ogni sua parola viene valutata nel suo significato diretto e indiretto, al fine di determinate il peso che avrà sul futuro di tutti noi.

E quindi il problema vero è proprio questo: che razza di Paese siamo diventati per far si che un personaggio del genere, un “guitto” di nessuno spessore politico, che non fosse quello di alcuni “vaffa” e qualche battuta (poche) ben azzeccate, possa aver raggiunto un tale “potere” di intervento sul destino dell’Italia e degli italiani?

La risposta è drammatica e volgare: un paese di merda, dove un “Grillo qualsiasi” si permette di pontificare, dare giudizi, perfino di “elevarsi” e darci lezioni su come si dovrebbe vivere.

Guardate cosa ha scritto (o meglio, fatto scrivere sul suo blog) a proposito della Sindaca di Roma e sul fatto che gli abitanti della Capitale pare che non la ritengano un candidato buono per una prossima tornata. Voi pensate che abbia fatto una valutazione politica? un confronto tra ciò che è stato fatto e ciò che era stato promesso? o anche solo abbozzato una rappresentazione di quelli che potrebbero essere le ipotesi di rilancio di una città (la Capitale d’Italia) così degradata? No, figuriamoci.

Non sia mai che un “elevato” si abbassi così tanto, e per questo ha ben pensato di pubblicare un sonetto in “romanesco “, o pseudo tale (pare che Trilussa si stia rivoltando nella tomba) in cui dice ai romani, “Virginia ( Raggi) prendi i tuoi cari e i tuoi figli, questi (i romani) non ti meritano, sono : gente de fogna!”.roman-2424143__340

Roba da chiodi. Un comico che non fa più ridere e che da “ammazza casta” è diventato difensore di questa, per ragioni che sono di tutta evidenza, e che spaziano dalla necessità di salvare il salvabile di un movimento che da 5 stelle, è grassa ne resti mezza, fino alla necessità di fare qualcosa di “positivo” per il Paese, e così far dimenticare  le vicissitudini  del suo pargolo, sotto inchiesta da parte della Procura di Tempio Pausania in seguito alla denuncia di violenza sessuale di gruppo, presentata da una ragazza dopo una serata passata con Grillo Junior al Billionaire di Flavio Briatore nel suo villone di Porto Cervo, si permette di giudicare, e condannare, con protervia ignoranza di cose e carenza di vocaboli, un’intera cittadinanza (e che cittadinanza) da quella posizione di “elevato” che si attribuisce.

Sul fatto c’è ben poco da dire, a parte che chi vi scrive, preferisce di gran lunga coloro che per molto tempo sono stati collocati metaforicamente nelle “fogne”, rispetto a chi frequenta i palazzi e possiede ville in costa Smeralda, e il fatto si commenta da se, salvo domandarsi ancora una volta, come è stato possibile che un tale figuro possa essere così influente sui destini dell’Italia.

Poi ci ricordiamo dell’esistenza di “Rocco Casalino”, e doverosamente restiamo silenti.

Andrea Stopardi ( liberoescorretto blog)

 

FINALMENTE LA FATTURA ELETTRONICA !

 

Sapevamo tutti che questo inizio d’anno non sarebbe stato uguale agli altri.

Dal 1 Gennaio 2019 è finalmente entrato in vigore l’obbligo della fatturazione elettronica anche tra privati.

Vivaddio! Non vedevamo l’ora, e personalmente ero un po’ in ansia, soprattutto dopo aver letto di un possibile rinvio che non avrei potuto subire senza conseguenze.

Poi fortunatamente quanto temuto non è successo, e ora possiamo finalmente dire di essere un paese all’ avanguardia.

 

Non importa se i nostri treni non sono mai in orario e paiono spesso essere carri bestiame, per come ospitano i pendolari, poco importa se le strade sono piene di buche e la sanità funziona poco e male. L’importante è che in Italia esista e sia in vigore un meccanismo di fatturazione che ci invidia tutto il mondo, un sistema di interscambio nazionale sdi con cui potremo, e dovremo, anzi già dobbiamo, scambiarci fatture in formato Xml (extensible markup language).

Non so cosa vuol dire e non capisco come funzioni, ma poco importa, l’essenziale è sapere che gli Italiani sono un popolo moderno e che, almeno sotto questo punto di vista, i francesi stanno morendo d’invidia nei nostri confronti.                     

Mentre a Parigi i balli e cotillon sono terminati con l’alba dell’anno nuovo, in Italia, così mi hanno detto, c’è stata gente che ha prolungato i festeggiamenti per salutare il nuovo provvedimento normativo/fiscale con spumante, cotechino e lenticchie, tributando particolari omaggi e pensieri non solo ai nostri Senatori e deputati e ai Governi (precedente e attuale) che ci hanno confezionato questo bel regalo, ma anche, per simpatia e affinità,  all’agenzia delle entrate, ai suoi funzionari e a tutte le persone che lavorano nel settore.

Abbiamo anche saputo, ma sulla notizia non abbiamo avuto conferme, che interi gruppi di volenterosi, una volta spentasi l’eco delle feste, si sono recati in pellegrinaggio a Montecitorio per ringraziare personalmente il parlamento di tanta generosità, portando a spalla statue in gesso dei promotori del nuovo sistema di fatturazione, e accompagnandosi con canti e inni di gioia.

Purtroppo non è dato sapere se con se hanno portato anche regalie varie e omaggi, anche se fonti non verificate parlano di decine di persone con cesti di frutta e ortaggi da consegnare direttamente a ogni singolo parlamentare.

Così per gradire. Magari consegnandoli da lontano, visto l’impossibilità di raggiungerli fisicamente, con la speranza di coglierli in pieno per evitare loro di piegarsi qualora qualche sedano o pomodoro, fosse cascato per terra.

 

E se a qualcuno tale comportamento potrà apparire esagerato, vorrei richiamare la Vostra attenzione alcuni punti fondamentali della riforma che ci dimostrano come al contrario i riconoscimenti tributati sono addirittura inferiori rispetto a quelli meritati.

Vi par poco infatti il poter dire addio alle fatture cartacee e agli archivi, il non doversi più occupare di far timbrare al benzinaio, sul libretto apposito, gli acquisti di benzina, il non dover pensare neppure a spedire più le fatture.

Cosa volete che sia, in confronto a tanti e tali benefici, dare qualche spicciolo in più al commercialista, pagare qualche altro spicciolo in più per comprare  i pacchetti preconfezionati di fatture, investire ancora qualche spicciolo per far archiviare le fatture per dieci anni da una software house specializzata, e da ultimo, ma non per ultimo, corrispondere un mucchiettino di altri spiccioli a un dipendente per compilare le fatture stesse… tanto gli spiccioli non ci mancano!

Certo ci vorrà un po’ di tempo e qualche imprecazione per compilare correttamente le fatture e farle archiviarle, e qualche volta sbaglieremo a farlo, ma alla lunga i vantaggi supereranno certamente le problematiche.

Non lo dico solo io, ma molti eminenti studiosi, che ci danno frequentemente lezioni dai loro scranni e che arrivano a dire che:

finalmente potremo ottenere tagli fino all’80% dei costi sull’intero ciclo dell’ordine, per via di un cospicuo aumento del tempo e delle risorse da dedicare alle mansioni a valore aggiunto e una spinta decisiva al cambio di mentalità di imprese e professionisti verso l’economia digitale.

E che aggiungono:

I benefici della fatturazione elettronica si riverberano su tutti gli elementi del ciclo dell’ordine, velocizzano la riconciliazione dell’informazione e riducono i tempi amministrativi di approvazione e individuazione di eventuali discrepanze o errori. Con il formato elettronico standard si coglie la singola riga dell’ordine, con risparmio di tempo e denaro e innalzamento della qualità del lavoro.

Se qualcuno che legge queste righe pensa che ci stanno a prendere per i fondelli…, sbaglia, perché può sembrare, ma non è così, dato che nella realtà siamo noi stessi che gli permettiamo di coglionarci credendo alle favole e alle spiegazioni tecnico/scientifiche di Soloni del piffero, che ci vengono a illustrare l’opportunità unica di adottare un meccanismo che altro non è che un ennesimo balzello e un sistema diffuso di controllo su tutti noi.

Siamo noi stessi che ci diamo la zappa sui piedi, e su altro, ascoltando senza fiatare, personaggetti che quando non riescono con dati e numeri a dare contezza scientifica delle loro porcherie, danno il meglio di se con spiegazioni che avrebbero avuto miglior fortuna se lette sui foglietti  dei “Baci perugina” e che ho trovato questa mattina su un sito internet:

Perché non importa se con questo provvedimento si fanno ulteriori sacrifici dato che: Il beneficio “culturale” deve contare quanto quello “economico”.

Ecco sul fatto che il beneficio sia culturale e non altro c’è poco da dire, se non che forse i francesi, non stano morendo per invidia nei nostri confronti, ma solo per il troppo ridere.

Andrea stopardi (Liberoescorretto.blog)

 

SIAMO SEMPRE PIU’ VECCHI !


 

Se fino a qualche anno fa cambiavo canale quando sullo schermo della Tv vedevo apparire Mirabella con il suo “Elisir”, leggevo con marcato distacco e voluta disattenzione redazionali su medicinali e salute, e saltavo d’un balzo, come se neppure li vedessi, articoli di giornale in cui si discorreva delle problematiche degli anziani, è altrettanto certo che da tre o quattro anni, mi sono ritrovato lettore molto più attento e critico sull’argomento.

Per un po’ mi sono chiesto la ragione di questo repentino cambio di gusti, dandomi di volta in volta spiegazioni diverse.

Dapprima mi sono detto che era per cercare qualche rimedio al dolorino alla schiena che sentivo scendendo le scale e per avere qualche nome di medicinale per il fastidioso dolore alla cervicale.

Poi ho pensato che in questi ultimi anni fosse cresciuta la bravura di chi scriveva i pezzi e fossero più interessanti i nuovi conduttori televisivi. Non convinto dalla banalità delle riposte, ho addirittura dato merito ai miei occhiali nuovi che mi permettevano di leggere meglio.

Ma poi, da ultimo, guardando la mia carta d’identità ingiallita pur non essendo stata al sole, ho dovuto metabolizzare quello che era ovvio…e cioè che quegli argomenti, soprattutto per l’età, non mi erano più totalmente estranei.

Detto ciò, che non è alibi né giustificazione, ma conforto per le mie nuove attenzioni, mi sono letto con certosina pignoleria quanto pubblicato da “OK! Mugello” sul “Profilo di salute del territorio”, e segnatamente i dati statistici riportati sugli anziani, la popolazione e la sanità.

Al termine della istruttiva lettura, ho inizialmente preso atto con soddisfazione, soprattutto in tempi in cui si discorre di tagli alle pensioni e altre amenità del genere, dell’innalzamento del tasso di vecchiaia e del fatto che in Toscana, e segnatamente nel Mugello, ci sia una risposta adeguata delle Istituzioni alla crescente richiesta di servizi e assistenza per le fasce anziane della popolazione anziana, numericamente in continua crescita.

Dopo la momentanea positiva riflessione sulla bontà della notizia, perché sarebbe da matti non considerarla tale, ho anche pensato, per ragioni intuitive anche personali (se tutto va bene, siamo infatti tutti destinati a diventare anziani) alle problematiche che tutto ciò può comportare.

Il fenomeno dell’aumento dell’aspettativa di vita media è stato veloce e esponenziale nella sua crescita. Nella cosiddetta età preistorica del bronzo l’età media dell’uomo si attestava sui 27 anni, in epoca preindustriale, quindi pochi secoli fa, l’aspettativa di vita non superava i 45/50 anni. Oggi si entra nella terza età a settanta anni e in occidente la speranza di vita è di 75/80 anni.

Se tutto questo non può che rendere felice i singoli individui (e il sottoscritto) perché a ognuno di noi piace solcare il più possibile questa vituperata terra, è anche indubbio, che tale stato di cose modificherà grandemente la composizione della popolazione, con ogni intuibile conseguenza di ordine economico/finanziario e di bilancio per lo Stato, e gli Enti locali, che dovranno farsi carico di tutto ciò.

In sostanza, l’invecchiamento precoce e repentino della popolazione e la diminuzione delle nascite, faranno si che fra un po’ saremo tutti vecchi (si spera), sani (ce lo auguriamo), ma anche decrepiti (brutta parola, che però rende bene l’idea) e incapaci per ragioni fisiche, di provvedere, anche solo parzialmente, a noi stessi, in presenza di uno Stato incapace, o solo impossibilitato, a provvedere per tutti, per via di risorse dedicate insufficienti, che ancora una volta sarà costretto a scaricare il problema sulle famiglie.

Cosa faremo allora, e cosa fanno già oggi in molti?

Cosa faremo quando nessuno potrà stare a casa a far compagnia ai nostri vecchi?

Girala come vuoi, a meno di miracoli che al momento non si vedono all’ orizzonte, ci sono e ci saranno solo due soluzioni.

la prima sarà quella di trovare una badante, che pare cosa facile, ma facile non è.

Perché, quando anche la trovassimo, ci si porrà il problema dell’opportunità o meno di far entrare in casa persone di Paesi, lingua, cultura e talvolta religione, diverse.

Risolto questo, nascerà l’esigenza di ottenere il gradimento della persona assistita, che spesso non vuole nessuno  o non ritiene di essere così vecchio da avere necessità di un’assistente… poi ci saranno da valutare i costi, le pastoie burocratiche, i problemi assicurativi (ore, categoria, mansioni) con i rischi di possibili cause per straordinari diurni e notturni, le insopprimibili e giuste esigenze della stessa badante, che ha, a sua volta, una famiglia e un diritto alle ferie, oltre agli altri mille problemi che chi ha una badante in casa ben conosce.

La seconda soluzione è quella di mettere l’anziano in una casa di riposo.

E qui si passa dalla padella nella brace. I costi, a meno che tu non abbia avuto la fortuna di avere sussidi o presidi assistenziali sono alti, spesso altissimi, e talvolta la collaborazione economica in famiglia scarseggia, perché quando c’è da tirar fuori quattrini qualche fratello si ritrova figlio unico, e poi l’anziano non vuole andarci perché si sente sradicato dalle proprie cose e dalla casa dove ha vissuto, e così via.

Come si vede il problema non ha una facile soluzione, che però va cercata, perché non serve rimandarla e più il tempo passa e le cose si complicano

E’ quindi necessario che lo Stato (tutti gli Stati) affrontino questo enorme questione che interessa tutti il prima possibile, dedicando studi, attenzione e risorse attuali e future, per scenari che non sono ipotesi teoriche ma certezza.

Detto questo, solo per un attimo, permettetemi di lasciare il crudo realismo dei numeri e aprire il libro dei sogni per sperare  che nel nostro prossimo futuro si possa tornare, per una volta a un passato diverso, più felice e solidale, dove sarà possibile apprezzare la crescita dell’età media delle persone non come un problema ma come una risorsa, dove chi è anziano non si sentirà zavorra ormai inutile  per gli altri e a se stesso ma potrà sentirsi ancora persona viva e non cosa vecchia da buttare, perché tutti dobbiamo ascoltare e tenere a mente quanto dice un antico detto orientale: quando muore una persona anziana è una biblioteca che brucia.

Sante parole queste…e poi quel dolorino che ho alla schiena non accenna a diminuire…

Andrea Stopardi (liberoescorretto.blog)

 

Daniele non è più tra noi

Perché non ci siano altri ‘Daniele’. Riflessione su come aiutare chi è più fragile

Daniele abitava in Mugello dove viveva da sempre, aveva quaranta anni e si è ucciso nei giorni scorsi dandosi fuoco. Lo ha fatto durante quelli che sono i giorni più belli dell’anno, quando le famiglie si riuniscono per festeggiare insieme il Natale, scambiandosi doni sotto l’albero, o vicino al presepe, in un tripudio di luci colorate e tavole imbandite.

Non sappiamo le vere ragioni di questo gesto intimo, personale e doloroso, perché se è vero, come è vero, che la cronaca, (che peraltro fa il suo lavoro), cerca di darne una fredda e razionale spiegazione, è altrettanto vero che dietro questa scelta estrema, non c’è mai un solo motivo, ma una serie di concause calate in un mondo di disperazione, che, con molta prudenza e altrettanto rispetto, possiamo solo immaginare.

Ogni anno in Italia si contano più di 4000 suicidi, e dietro ognuno di questi, si celano drammi, si nascondono persone vere con la loro solitudine e con le tante delusioni amorose, donne e uomini con inimmaginabili fragilità, con gravi problemi economici e con le tante angosce vissute e spesso non dette.

In Italia si parla di circa 350 casi di suicidio ogni mese che solo in 52 casi (quindi il 15% del dato complessivo) originano da una concomitante malattia fisica, altrimenti detta depressione, facendo dipendere i restanti 298 come dipendenti da ragioni di mera natura socioeconomica.
Traducendo questi dati in parole povere e soldoni, si ricava che la stragrande maggioranza di morti autoinferte, come le chiama chi ha studiato, è causata dalla mancanza di un lavoro e dalla conseguente contestuale espulsione di fatto dal contesto sociale di riferimento.

Emile Durkheim, che è uno tra i pensatori più autorevoli della sociologia contemporanea, partendo proprio dalla fredda analisi dei numeri statistici, ha dimostrato che è proprio la mancanza di valori condivisi dalla collettività che determina la perdita di stabilità e che può provocare nei singoli individui un sentimento di impotenza, di insoddisfazione e di inutilità, spesso soffocato dal suicidio.
Ecco perché si ritiene, nei consessi scientifici e nelle sedi cosiddette opportune, che nella maggior parte dei casi le ragioni di una morte voluta vanno ricercate in problematiche di ordine finanziario: dai debiti che non si possono onorare, alle scadenze di pagamento improrogabili, passando per bollette non pagate e mutui ai costi non più sostenibili, dai pignoramenti in atto fino ad arrivare alle più piccole questioni, minori ma egualmente drammatiche, come potrebbe essere l’impossibilità di fare dei regali ai propri cari per le feste.

Non sappiamo se Daniele, come i molti altri, si sia sentito impotente a risolvere problemi economici, o sia stato disilluso dalla costante vana ricerca di un lavoro, o ancora sia stato soverchiato dall’angoscia della solitudine. Quello che è certo è che lui viveva una vita apparentemente normale in una famiglia normale, ed era una persona speciale che non meritava di essere lasciato solo, anche perché quando c’era bisogno di lui, o lui stesso riteneva che ci fosse bisogno del suo aiuto, era il primo a partire senza pretendere nulla, senza neppure aspettarsi un ringraziamento, e come volontario lo aveva fatto molte volte nella sua vita, anche recentemente correndo in aiuto di popolazioni che avevano subito disastri.
Quando però è stato lui ad avere necessità di un aiuto, nessuno però è riuscito ad aiutarlo. Anche per questo Daniele non ce l’ha fatta più ad andare avanti e si è tolto la vita a tre giorni dal Natale.

In un mondo dominato da spot televisivi fatti di palcoscenici patinati, famiglie perfette e sorridenti, supereroi del quotidiano e donne bellissime intente a profumarsi in piscine dorate, Daniele forse si è guardato intorno e si è visto stanco e inadeguato per un mondo scintillante come i diamanti, ma altrettanto gelido come queste pietre.
In un mondo spietato dove ognuno di noi vive la propria solitudine in mezzo a moltitudini di gente indaffarata che non vive più la comunità e che non sente più il dovere, e il piacere, di essere solidale o comunque condividere i problemi l’uno con l’altro per cercare una soluzione insieme, e si è sentito escluso.
Forse ha pensato che per farne parte ed essere accettato dagli altri, bisognava esserne all’altezza, e per farlo doveva avere almeno un lavoro che non c’era e che non trovava.

Ora Lui non c’è più, mentre continuano ad esistere quelle false rappresentazioni di una realtà solo immaginata ed effimera che convive insieme a milioni di persone che non hanno uno straccio di lavoro e che non sanno quale futuro le aspetti.
Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere questi annosi problemi, e chi scrive non ha certo né il diritto di dare lezioni ad altri, né la statura morale per farlo, ma è sicuro che se tutti ci mettessimo un po’ di buona volontà, un minimo di solidarietà e un pizzico di attenzione in più per chi ci è vicino, e ci ostiniamo a non vedere, molti Daniele sarebbero ancora tra noi. Anche in Toscana, e nel nostro territorio, che si dipinge giustamente per molte ragioni come area felice, il numero delle persone che mettono fine alla propria esistenza per le più svariate ragioni è alto, a ciò contribuendo la crisi economica e la mancanza di prospettive serie di lavoro, che sono in stretta relazione percentuale con questi eventi.

Scrivendo queste poche righe vicino alle feste e parlarvi di suicidi può esservi sembrato opportuno come prendere un pugno nella bocca dello stomaco dopo aver mangiato un mezzo tacchino, ma l’ho ritenuto doveroso, perché le luci di Natale che addobbano le nostre case, non siano schermo per offuscare alla vista i drammi che sono intorno a noi, ma possano essere invece il mezzo per aiutarci a vedere chi è in difficoltà, e magari dargli una mano.
Perché a volte basta veramente poco per accorgersi dei Daniele che ci stanno accanto e della loro disperazione.

Andrea Stopardi (liberoescorretto.blog)