Gli Amerikani ( e la Corea del Nord)

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soldato yankee************

Devo premettere che non mi piacciono gli americani. Neanche un po’.

Non sopporto la Coca cola (se devo bere scuro preferisco il chinotto o la Guinnes), il surf e i colori sgargianti delle loro camicie.

Se devo essere sincero mi stanno sulle “balle” anche il 4 di Luglio, il tacchino e tutta Wall street, ma corro il rischio di sembrare antipatico.

Quindi non lo dirò.

Quello che invece posso dire è che sicuramente non amo il modo di presentarsi degli yankee come i “salvatori del mondo”, o come talvolta si autodefiniscono, il “bastone della democrazia”.

Non è una questione politica che attiene ai conservatori o a i democratici. Non faccio differenze tra Kennedy, Busch, Obama e Trump. Per tutti loro, l’approccio è stato diverso, ma la sostanza la stessa.

Per una parte si inneggia  ai valori e agli ideali di un’america baluardo del liberismo e della salvaguardia delle migliori tradizioni occidentali, dall’altra si glorificano l’uguaglianza, i diritti delle minoranze e la sacralità di una democrazia aperta e progressista.

Tutte “cazzate. Per gli Americani ciò che conta è il business.

Tutto il resto è Holliwood e fuffa. Come dire: solo “fumo negli occhi” ( che poi sarebbe smoke in the eyes, cha fa tanto Deep Purple anni 70).

Oddio si sa che anche in Europa il business è il motore reale delle politiche dei singoli Stati. Altro che Unione europea. Basta pensare a Macron, che ha vinto le elezioni sbandierando il vessillo europeo, e che poi, subito dopo, ha dato fiato alla grandeur francese nazionalizzando porti e industrie.

C’è però una differenza di non poco conto tra americani e francesi, oltre a quella abissale che attiene alla potenza economica dei due Stati, ed è il fatto che i francesi, che egualmente non riscuotono le mie simpatie (va da se che oltre gli Italiani, io stimo solo i Maori neozelandesi e parte della popolazione indigenza celtica in via di estinzione), non camuffano, se non in parte, i loro obiettivi. Nella difesa dei loro interessi sono un libro aperto, rappresentandoli come una priorità non nascosta dietro falsi ideali da difendere.

In linea di principio peraltro non c’è nulla di male.

E’ evidente che non si può contestare una leadership che fa l’interesse della propria nazione : è legittimo e giustificato.

Talvolta auspicabile. E poi in misura maggiore o minore, lo fanno tutti.

A parte naturalmente l’Italia, dove i vari Gentiloni e Alfano non credo arrivino neppure a capire di cosa si sta parlando.

Quella che è fastidiosa è invece l’ipocrisia americana.

Il tentativo di questo popolo di forrest gump che si credono Roky, e che spalmano il burro di arachidi sul pane, di far passare gli altri come imbecilli o poco più, presentandosi come unti dal signore, è fastidioso fin nelle barbe dei capelli.

La prosopopea a stelle e striscie di salvare tutti dalla perdizione, finanche chi non vuole essere salvato, è intollerabile.

E’ come se i nordamericani avessero ricevuto una delega diretta del nostro Signore, affinchè le loro “missioni”, così buone e giuste, ricevessero il viatico morale, culturale e anche religioso, dal mondo intero, e anche oltre.

Con qualcuno che probabilmente giura di aver visto Obama con le Stimmate, e il direttore della Cia, scalzo e con il cilicio, in pellegrinaggio verso Santiago di Compostela.

E guardate che gli yankee, con la scusa delle buone azioni, di porcherie, e ingerenze non richieste, ne hanno fatte a iosa, a partire dallo sterminio sistematico dei nativi, da parte di generali dal cuore d’anatra e di cow boy da circo alla Bufalo indiano.png

Solo per esaminare gli ultimi 60 anni, si veda l’intervento in Cina con cui tentarono, tra il 45 e il 49, di impedire la vittoria della rivoluzione popolare per mantenere la presenza USA nel paese.

Si ricordi l’intervento nella Guerra civile greca nel 1946, e quello del 1948 nelle Filippine,  teso a schiacciare nel sangue la rivolta popolare.

Può essere utile ricordare la Corea, dove nel 1953, vennero schierati circa 400.000 uomini ben addestrati e armati, 1.600 aerei e più di 300 navi da guerra.

Tutto naturalmente per il bene dei popoli oppressi e per la salvaguardia della democrazia (quella a stelle e strisce naturalmente).

Potremmo ancora citare l’intervento in Iran, dove gli Usa eliminarono il primo ministro Mossadegh, eletto dalla maggioranza del paese in libere elezioni, appena prima che questi nazionalizzasse le compagnie petrolifere, o l’invasione del Guatemala per rovesciare il governo eletto democraticamente di Jacobo Arbenz, con un saldo negli anni a seguire di oltre 100.000 morti.

Ovviamente sempre sventolando la bandiera della difesa della libertà, della democrazia e del progresso.

E poi, via via il Libano, Cuba, il Vietnam, la Repubblica Domenicbandieraana, il Cile , la Bolivia,  El Salvador, Granada, Panama, la Liberia, la Somalia, Haiti, la Yugoslavia e l’Afghanistan.

 

Con l’invasione dell’Irak nel 2003, le politiche di aggressioni degli Stati Uniti hanno poi raggiunto il punto più alto dell’indecenza.

Con la scusa di cercare armi chimiche e nucleari, poi mai trovate, gli Stati Uniti intervennero in armi per imporre a un paese terzo il loro modo di vivere, le loro regole, e soprattutto i loro interessi petroliferi.

Poiché ormai è noto che l’indice di misura dei loro interventi per l’imposizione della pace e la democrazia nel mondo, si misura in ottani, per capire quale sarà la prossima missione di liberazione basterebbe seguire le orme della Texaco o della Chevron.

Loro denuclearizzano, pacificano, diffondo i loro ideali, assumendo che questi siano, oggettivamente e in assoluto, la cosa giusta per chi li riceve.

Un popolo ha eletto democraticamente i propri rappresentanti?  Non conta. Gli americani sono lì per insegnargli che hanno sbagliato, magari in buona fede, ma hanno sbagliato. E allora, per il bene di tutti, intervengono militarmente.

Poi magari si scopre che la difesa della democrazia è solo lo specchietto per le allodole e che gli obiettivi sono altri:  il petrolio, i diamanti, o gli sbocchi commerciali, ma è troppo tardi, quello che è fatto, è fatto.

Ed oggi è il turno della Corea del Nord a essere indicata come il male assoluto.  Una nazione che secondo i loro standard di convenienza è necessario denuclearizzazione e pacificare. E’ vero, Kim Jong-un, è una macchietta. E magari avessi detto questa cosa da quelle parti, oggi sarei fucilato con una cannonata al petto, come sembra sia stato fatto con un vecchio zio del Dittatore.

Non si sa se è vero, o se anche questo rientri nella guerra mediatica messa a punto dai media e dalla politica di disinformazione tesa a screditare il nemico di turno. Ma non importa. Ipotizziamo che ciò corrisponda a verità, e che Kim, come è molto probabile,  sia un fanatico criminale che governa il suo paese con il pugno di ferro.

Oggettivamente vi pare la sola nazione del mondo in queste condizioni?

Kim Jong un sta militarizzando il paese e attrezza l’esercito con armi non convenzionali.

Ma è solo qui che prolificano armi di questo tipo?

Perché la Corea del Nord non può avere un arsenale nucleare mentre, per esempio l’India o il Pakistan, si?

Chi l’ha detto che quello è cattivo e gli altri sono buoni?

E’ ovvio che la risposta è in re ipsa, sono gli Usa che si sono proclamato giudice e carnefice, senza che nessuno gli abbia mai delegato tale ruoli. E poi, sono sempre loro a aver deciso che la democrazia deve essere adottata da tutti. Non ci sono storie. Se una nazione volesse convertirsi al governo degli Aristrocratici, alla Oligarchia o avesse il gusto della tirranide, nisba. Nemmeno una monarchia intergalattica o il governo dei Puffi potrebbe essere adottata senza il placet degli Usa.

Non solo, essi stessi si sono concessi il diritto, cotto e mangiato, di dare patenti abilitative al possesso o meno di armi.

Perché ? perché è così! Per dirla con il Marchese del Grillo : perché loro so’ loro, e tu’ non sei un cazzo”

E’ quindi evidente che il caro Leader, come si fa chiamare il dittatore coreano, come ogni capo di Stato serio(indipendentemente dal modo in cui è stato eletto) ,  mostra i muscoli, più o meno gonfiati da anabolizzanti, a chi intende comandare sul suo territorio,  e risponde con il  solo linguaggio che i pacificatori alla John Waine conoscono : il tintinnio delle armi. Ecco allora il solito clichè :  quotidiani scandalizzati, sanzioni, avvertimenti e minacce di guerra preventiva (che ricordano tanto i mesi precedenti alla guerra del Golfo).

Ma perché, direte, tanta solerzia nel voler per forza di cose intervenire in Corea. Già ci sarebbero la Libia, che è un vero campo minato, il Venezuela, dove vengono assassinati ogni giorno gli oppositori al regime. E ancora: l’Indonesia, l’Afghanistan,  l’Algeria, il Burundi, il Congo, la Costa d’Avorio, l’Egitto , l’Eritrea/Somalia le Filippine.  Tutti posti, dove è in corso un conflitto più o meno latente e dove gli Stati Uniti potrebbero intervenire aumentando l’intensità della loro aureola. La risposta è semplice.

Tra intervenire in Corea, dove ci sono rilevanti interessi (posizione strategica dell’Isola di Guam, sbocchi nel Mar Cinese Meridionale, interessi commerciali confliggenti con la Cina, e livello teorico di sfera d’influenza nel pacifico), rispetto a muoversi per difendere la democrazia nel Burundi, di cui non frega niente a nessuno, c’è una bella differenza.

Dunque vediamo Trump che minaccia “Fuoco e fiamme “ per la difesa della democrazia, della libertà e dignità della persona”  in Corea, ma che nulla dice se in Egitto si ammazzano i Cristiani e in Costa d’avorio si vendono ancora gli schiavi.

Per tutto questo, stiamo correndo il rischio di una guerra dai contorni indefiniti. Per la volontà egemonica di una sola nazione, tutti potremmo essere coinvolti n un conflitto di portata inimmaginabile.

Anche quello che non bevono coca cola.

Andrea Stopardi

Autore: liberoescorretto

Scorbutico. Amo scrivere e adoro la mia famiglia. Preferisco il mondo animale a quello umano. Detesto i luoghi comuni e i ruffiani. Sono presuntusoso e arrogante e credo di avere spesso, se non sempre, ragione. Se qualche volta cedo il passo è solo perchè non ho più voglia di discutere o non ritengo l'interlocutore interessante. Per il resto tutto a posto.

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