LA RIVOLTA DEL DITTONGO MOBILE

Si è svolta nei giorni scorsi la settimana edizione del premio La Quara, uno dei concorsi letterari per short stories più conosciuti e apprezzati nel panorama italiano. La giuria composta da Antonio Ferrari (editorialista del corriere della sera), Andrea Purgatori ( giornalista del Corriere della Sera e conduttore della trasmissione Atlantide), Sara Rattaro (già vincitrice del Premio Bancarella) e Rula Jebral ( giornalista e conduttrice televisiva), hanno premiato il racconto “La rivolta del Dittongo mobile” (scritto dal sottoscritto) giunto al ballottaggio e poi arrivato secondo definendolo : “una storia geniale scritta con irriverenza e freschezza di stile”.

Di seguito trovate l’intero racconto, già pubblicato su un’antologia edita da “Monteparma”.

________________________________–

La rivolta del dittongo mobile

L’acqua del rubinetto sgorgava a filo da una cannella arrugginita: per riempire un bicchiere ci volevano tre minuti. Ma dopo cinque giorni di isolamento quella cella mi pareva una reggia, e benedivo la comodità del tavolaccio di legno e della dondolante sedia di plastica marrone, dove mi sedevo a riflettere come Le Penseur di Rodin. Cominciavo persino ad apprezzare la luminosità del marmo ingiallito del cesso.

Appena rientrato in cella, ero stato colto dal puerile impulso di imprimere sul muro un incivile segno grafico che rievocasse la mia presenza. Ma sulle pareti scrostate dai graffi del tempo e dagli sfoghi degli ospiti non c’era spazio neppure per una firmetta. Ovunque mirassi, c’erano già scritte e disegni, tra cui alcune opere grafiche che da subito stimai impressionanti per grandezza e potenza estetica: su tutte, un paio di illustrazioni oscene e un’ispirata rappresentazione espressionistica delle tre croci sul Golgota.

Le iscrizioni parietali proponevano per lo più stralci sgrammaticati estratti da testi di canzoni, versetti della Bibbia o del Corano e aforismi di natura apocrifa. Qualche passaggio trasudava vendetta, altre dichiarazioni trascendevano nel lirico, improvvisando rime di argomento religioso o dichiarazioni di redenzione, c’erano anche frasi in dialetto che predicavano pace e amore, un paio di bestemmie e dediche romantiche ad amori lontani.

Ovviamente, non si riscontrava alcun riferimento al movimento. Queste erano state cancellate perché facevamo paura.

Facevo paura.

Pareva ieri che tutto era cominciato quasi per caso.

Ricordo ancora come fosse novembre, una di quelle giornate autunnali in cui si sta bene a casa senza far niente. E la cosa a me piaceva perché, modestamente, in vita mia non avevo mai lavorato. Dopo la laurea in lettere antiche e il dottorato in filologia latina avevo anche provato a fare un paio di concorsi, ma non erano andati bene e allora avevo deciso di passare il mio tempo a leggere e studiare, visto che per campare era bastato lo stipendio di mia moglie, fino a che, faceva giusto un anno, era stata buttata sotto da un pirata della strada che l’aveva presa in pieno mentre era scesa per comprarmi le sigarette, lasciandomi senza affetto e risorse che non fossero i suoi risparmi.  

Comunque, ritornando ai fatti di Novembre, mio figlio Volfango era rientrato da scuola verso l’una e mezza. Frequentava la terza media alla Arnolfo di Cambio e da una settimana era entrata in organico una nuova docente.

Mentre mio figlio apparecchiava la tavola e metteva l’acqua sul fuoco, gli feci la solita quotidiana domanda di rito.

«Come è andata?»

«Ho preso quattro al compito di italiano. Quello che ho fatto l’altro giorno con te era pieno d’errori.»

Quell’informazione mi destabilizzò e mi forzò ad abbandonare di scatto la poltrona. Quattro al compito d’italiano? Impossibile: io, un linguista, un letterato, non ero stato capace a guidare mio figlio nello svolgimento di un banale compito a casa di italiano? 

Lo raggiunsi in cucina che stava facendo soffriggere l’aglio in padella. Volfango mi guardò strano, probabilmente riteneva che fossi sulla via della sordità o della demenza senile.

«Come hai detto? »

«Ho preso quat-tro al com-pi-to d’ita-lia-no!» il ragazzo sillabò per farmi sentire ancora più colpevole.

«Ce l’hai con te questo compito? Su, fammi vedere»

Lo vidi sbuffare e andare a prendere dalla cartella il foglio protocollo, che posò sul tavolo, al mio posto. Mi sentivo a disagio e incollerito, ma mi misi subito a studiare la faccenda. Si trattava di un tema, tre pagine per rispondere alla traccia proposta dalla docente: “I giovani preferiscono trascorrere il loro tempo al computer o al telefonino. Che valore dai ai nuovi canali di comunicazione?”. 

Scorsi velocemente le righe, concentrandomi sui tratti sottolineati in rosso che erano ventidue. Lo rilessi due volte, nel tema non c’era nessun errore!

«Ma cosa vuole questa incompetente?» protestai. «Ha segnalato errori che non ci sono!»

«No, papà. Gli errori ci sono. Lei me li ha spiegati… Sei tu che parli strano e mi fai scrivere le cose sbagliate.» rispose lui dalla cucina. «La prossima volta fammi fare da solo»

«Io? Cose sbagliate? Volfi per favore, non diciamo assurdità. Ti faccio un esempio… Ecco qua, il primo supposto errore: il cellulare sona. Terza persona presente del verbo sonare. Che problema c’è? Su, vieni qua, spiegami!»

Si avvicinò con aria svogliata al tavolo. Guardò di sfuggita il foglio grattandosi la testa, poi rispose con quella sua vocina robotica da adolescente mutante: «Ci manca la u. Si dice suona, non sona. E tutti gli altri errori sono così. Mi hai fatto scrivere delle lettere in meno».

Controllai sul testo. Mio figlio aveva ragione, la professoressa aveva segnalato tutte quelle parole in cui sospettava l’assenza di una vocale indispensabile. Scoppiai a ridere e lo guardai.

«No, caro. Le mie sono forme corrette. E’ la tua maestrina che è un’ignorante che dimentica la regola del dittongo mobile. In italiano le parole derivate da lemmi che contengono il dittongo in ie o uo si risolvono con una vocale semplice se l’accento passa su un’altra sillaba. La parola uovo ha un dittongo. Ma tu come lo chiami un uovo piccolo?» Il ragazzo mi guardò come se fossi scemo.

«Ovetto?»

«Esatto! Ovetto e non uovetto. Lo stesso vale per dieci… Il verbo derivato è decimare, non diecimare. Parliamo di decina, non di diecina… Hai capito? Prendi il verbo in questione: io suono. È corretto dire sonare, infatti parliamo della Sonata di Chopin, e non della Suonata! Prendi il verbo io muovo, ok? Si dice che il papà mosse la forchetta» e feci il gesto esemplificativo di raccogliere la posata e spostarla, «non il papà muosse la forchetta. Quindi, per farla breve, va benissimo scrivere il cellulare sona

«Boh.»

«Come boh?».

 «Papà, dicono tutti suona. Solo tu dici sona»

«E no! Esiste una regola linguistica chiara e coerente. Dittongo mobile! Lo dice la stessa parola: il dittongo si muove, cioè si contrae, a seconda della posizione dell’accento tonico. È una regola sensata e nobile: deriva dal latino. Ti faccio un altro esempio… Coloro che vanno a scuola sono detti scolari, non scuolari, l’anno è scolastico, non scuolastico. Gli abitanti di Siena sono senesi, non sienesi. E anche i verbi seguono questa regola: io siedo si coniuga così: tu siedi, egli siede, con il dittongo perché non si sposta l’accento, poi alla prima persona plurale il dittongo scompare… noi sediamo, voi sedete, essi sedono. E l’infinito è sedere, non siedere. Ovviamente il lassismo linguistico ci spinge a forme spurie come essi siedono, ma è sbagliato. Se esiste una regola, perché dovremmo usarla con discriminazione? Dobbiamo applicarla ogni volta, con un senso!»

«Ho capito. Ora mangiamo.»

Portò due piatti di pasta in tavola. Aveva dimenticato di metterci il formaggio.

«Non ho fame.» annunciai. «Vado in biblioteca a cercare un libro di grammatica. Così ti faccio vedere…»

«Ma io ce l’ho il libro di grammatica, è di là in camera.»

«Il tuo libro di grammatica è tremendo. È contaminato dalla lingua parlata e dagli orrori del lassismo formale novecentesco. Occorre una grammatica del Settecento, al massimo della prima metà dell’Ottocento.»

Scesi dopo una decina di minuti. A passo svelto, raggiunsi la biblioteca comunale dove non c’era più il vecchio Giorgio, ma uno nuovo, un trentenne sgraziato e indisponente. 

«Salve, cercavo le Regole ed osservazioni della lingua toscana del Corticelli. Un testo del 1740 »

«Non ce l’ho.» rispose il ragazzo senza consultare il terminale. «Possiamo provare a fare un ordine. Ma se è un testo antico, penso che non ne caviamo niente»

«Mi scusi. Prima di tutto, non è un testo antico, ma moderno. L’antichità, come tutti riconoscono, si conclude nel 476 dopo Cristo. Poi non le sto chiedendo una copia originale, mi va benissimo una riedizione.»

«Non ce l’ho»

«Capisco, ma non ha neppure controllato. Sono sicuro che in biblioteca avete una sezione dedicata alla storia della lingua italiana. Se non si può ottenere il Corticelli, mi va benissimo la Grammatica ragionata di Francesco Soave. Oppure mi accontento delle Regole della lingua italiana del napoletano Basilio Puoti»

Franco, purtroppo, era un uomo di popolo e uno spirito incolto, arruolato a seguito di un’eccellente raccomandazione e ignorava molte cose, tra cui l’educazione e il rispetto.

«Ma muoviti, vattene.»

«Ecco, proprio questa è la questione che vorrei risolvere. Lei mi dice muoviti. Ma si esprime male. Dovrebbe dirmi: moviti!

«Ancora qua stai? Voi che ti dò foco?»

«Ah, sì, ha afferrato l’argomento. La regola concerne proprio la contrazione in unica vocale di un dittongo, ma lei l’ha utilizzata a sproposito. In questo specifico caso, visto che è partito da lemmi basici, doveva usare vuoi e non voi, fuoco e non foco. Tutt’altro discorso invece se si fosse trattato di derivativi, come volessi, volere, volendo o sfocato, focalizzare, focarazzo…»

Il bibliotecario sgranò gli occhi.

«Mi stai coglionando?»

«No, ascolti bene: i dittonghi in ie e uo si conservano quando si trovano in una sillaba accentata che termina in vocale ma si riducono a una sola vocale, la e e la o, quando appaiono in una sillaba non accentata, o in una sillaba accentata che termina per consonante. Perché dire nuovissimo o buonissimo quando la regola stabilisce che bisogna dire novissimo e bonissimo? Posso capire che in certi casi si crei ambiguità, per esempio come nei verbi io noto e io nuoto, che all’infinito diventano entrambi notare… ma se le chiedo che tipo di componimento è Alla sera di Foscolo, lei mi risponde un sonetto e non un suonetto. Giusto?»

«O sei scemo, o mi stai prendendo per il culo. Vattene, che io non ho tempo da perdere!»

Purtroppo me ne dovetti andare senza la mia grammatica, ma la mattina seguente chiesi un colloquio con la professoressa di Volfango.

«Signor Boretti buongiorno, venga si accomodi»

La donna cominciò a parlare del ragazzo, ma la fermai prima che s’infilasse nella solita tiritera di uno studente che potrebbe dare di più o del giovane che non ha ancora del tutto superato il drammatico evento della scomparsa della madre.

«Guardi, io sono venuto qui per altro»

L’insegnante mi lanciò un’occhiata interrogativa.

«Dica pure.»

«Lei ha valutato con un quattro il tema di mio figlio»

«Sì, c’erano molti errori di distrazione, Volfango è un ragazzo intelligente, ma ha troppa fretta e dimentica delle lettere.»

«Ecco. Quelle che lei chiama distrazioni sono omissioni giustificate di vocali secondo la regola del dittongo mobile. Lei sta insegnando ai suoi scolari un italiano approssimativo e poco elegante.»

«Scusi, non ho capito»

Le spiegai di cosa stavo parlando, partendo dalla grammatica latina, soffermandomi sulla regola generale dei dittonghi in italiano e fornendole decine di esempi ragionati sull’uso e l’infrazione che si faceva nella lingua comune. Le dissi anche che le regole esistono per uniformare i comportamenti e le espressioni degli umani (e non uomani) in una direzione logica finalizzata all’armonia, alla funzionalità e all’intesa morale, e che chiunque osasse ignorare tali dettami trasgrediva il fondamento stesso della società civile mortificando il senso del patrimonio culturale italiano.

La professoressa Grilli mi guardò senza rispondere, poi si alzò lentamente dalla sedia.

«Signor Boretti mi scusi, le sue argomentazioni sono interessanti, ma ora non ho tempo»

Uscii dalla scuola con la certezza che in quella storia ci fosse qualcosa che non andava. Ma quello fu solo il romantico inizio: presto le cose assunsero una piega del tutto inaspettata.

Non potevo né volevo fermarmi. Mandai una mail all’Accademia della Crusca, da cui ottenni una risposta superficiale. Scrissi una lettera al Ministero della Pubblica Istruzione e un messaggio al mio vecchio professore di letteratura italiana. Non ne cavai nulla. Decisi che avrei costituito un’associazione, un gruppo o qualcosa di simile, per sensibilizzare gli utenti della lingua italiana sul decadimento di una regola fondamentale del corretto parlare e denunciare il processo di imbarbarimento dei lessemi storici. Dopo aver ritirato Volfango dalla scuola, buttai giù il programma e trovai il nome: Rispetto delle regole per l’italiano. RRI.

Non so cosa successe, ma la crescita del consenso fu esponenziale. In capo a due mesi avevo già più di diecimila persone che mi seguivano su Facebook, gente di tutti i tipi, ragazzi di buona famiglia e iscritti ai Cobas, neocatecumenali e Trotskisti dissidenti, perfino gruppi di teologi della liberazione. Quasi per gioco organizzammo un incontro tra gli iscritti, fino a che non fu la volta di una grande simposio su l’argomento Votare è lo stesso che vuotare? Arrivò un sacco di gente. Su La Repubblica apparve un odioso trafiletto in cui venivo raccontato come un un folle agitatore che aizzava la teppa nazionalista contro la libertà di espressione e l’emancipazione culturale dell’individuo. In pratica mi davano del fascista… Fascista io, che alle ultime elezioni avevo votato Matteo Renzi!

  Le televisioni facevano a gara per invitarmi a discutere sull’argomento. All’inizio i presentatori sembravano prenderla alla leggera, descrivendomi come un provocatore o un situazionista postmoderno. Io non mi lasciavo corrompere dal loro tono qualunquista; rimanevo serio e continuavo a spiegare quanto fosse importante preservare l’italiano dall’imbarbarimento culturale, dai pericoli della contemporaneità e dall’anarchia funzionale.

Alcune nostre tesi furono discusse sulle prime pagine dei giornali, sia in Italia che all’estero. Lo slogan il movimento si move! divenne virale e nei talk show serali, filosofi e giornalisti impegnati, dibattevano sul senso di questa rivoluzione ontologica, dove si incontrava il relativismo estremo con il razionalismo trascendentale idealistico oltre-ideologico.

Per strada c’era gente che indossava magliette con questa frase o con il logo dell’RRI e dalla fase embrionale, più artigianale e improvvisata, passammo a un livello superiore. Ci demmo una struttura e delle regole.

Il nostro manifesto programmatico “Rispetto delle regole per l’italiano” si pronunciava su questioni linguistiche, ma anche su tesi generali riguardanti l’ordine, il rispetto dei precetti e della logica affascinando e coinvolgendo molte persone estranee a interessi linguistici e al mondo letterario. Per strada si gridava «Basta con la dittatura del lassismo!». Era arrivato il momento di liberarci dalla libertà. Dovevamo tornare al profondo e ragionato rispetto della logica pura delle regole.

Lo Stato però non ci ascoltava, schiavo com’era di pressioni e interessi. Sordo a tutte le istanze popolari, non capiva, o non voleva capire, che la gente non ne poteva più. A frotte, giorno dopo giorno, le nostre fila si ingrossavano. Poi uno degli attivisti dell’RRI fu malmenato dai poliziotti e rinchiuso in prigione.

 Per protesta le manifestazioni in tutto il paese si susseguirono senza sosta. Migliaia di cittadini con le bandiere gialle e blu del movimento percorrevano le più grandi piazze italiane.

Cominciarono gli assalti alle redazioni dei giornali e delle case editrici che si ostinavano a non prendere in considerazione le nostre regole. Incitammo la popolazione a non partecipare al voto, perché nei programmi dei partiti nessuno si era preoccupato di risolvere correttamente le riduzioni dei dittonghi. 

La guerra divenne senza regole. Il popolo contro il potere costituito.

I poteri forti fecero ogni genere di pressione per chiedere lo scioglimento forzato del movimento e l’arresto dei suoi leader. Le grandi industrie, temendo borsa e mercati, si organizzarono in lobby cercando di spostare il dibattito dal “dittongo mobile” allo “iato”, ma con risultati scarsi.

Eravamo soli contri tutti ma, convinti di stare dalla parte della ragione, continuammo a lottare senza alcun timore. La difesa del dittongo mobile era il punto archimedeo su cui insistere per riequilibrare le sorti del mondo, la prospettiva da cui far partire un rinnovamento culturale ispirato al rispetto delle regole e delle tradizioni storiche. 

Le cose precipitarono quando il Parlamento ci mise fuori legge e una costola del movimento si staccò dall’organizzazione centrale per entrare in clandestinità. I capi di questa frangia estremista, chiamata “Dio ci ha dato il dittongo”, diffusero l’idea che chiunque non parlava o scriveva in modo corretto dovesse essere punito. Gli scontri degenerarono e il movimento contò tra le sue fila tre morti. Due a Roma e uno a Bologna.

Cominciarono allora gli attentati, le bombe carta, le molotov e l’antrace. Gli studenti delle scuole superiori e delle università occuparono le aule, alcuni militari nostri simpatizzanti assaltarono il comune di Poggibonsi e nominarono la cittadina toscana la nuova capitale dell’Italia delle regole.

Forse, non si sarebbe dovuto arrivare a questo. Io per primo, ripensandoci, certe volte mi stupisco di come la faccenda sia evoluta. Ma, a nostra discolpa, posso dire che non c’era stata concessa altra scelta. C’era la nostra libertà in gioco: la libertà di fare a meno della cattiva libertà. Insomma, volevamo solo poter seguire e rispettare le ferree e necessarie regole della grammatica italiana.

Mi arrestarono una mattina d’estate sotto casa. Mi presero per le spalle e mi spinsero in una macchina. Mi portarono in caserma e due ore dopo direttamente in carcere.

 Ero rinchiuso da troppo tempo. Ero depresso e stanco. Ma quel giorno c’era un motivo importante per cui mantenermi all’erta e positivo.

Mi misi a sedere sulla sgangherata sedia e appoggiai i gomiti sul tavolo per sollevare la testa. Da fuori del carcere cominciarono a rimbombare le prime grida. La manifestazione più grande del secolo si sarebbe tenuta proprio sotto il penitenziario dove mi trovavo.

Non so cosa sarebbe successo. L’ONU aveva inviato degli osservatori per impedire che le forze dell’ordine usassero violenza. La Russia aveva minacciato il nostro Paese mettendoci in guardia sull’uso incontrollato della forza contro gente inerme che manifestava pacificamente. La voce del popolo era nitida, potente e grammaticalmente ispirata. Erdogan aveva minacciato di interrompere il blocco dei migranti e perfino la Cina si era mossa a nostra difesa.

Gli slogan cominciarono a filtrare fino a dentro le mura.

«Rispetto delle regole per l’italiano! Borrelli libero!»

Mi avvicinai alla piccola finestra sbarrata della cella, una lacrima mi solcò la guancia.

«Vinceremo, ragazzi. Sono sicuro che alla fine sconfiggeremo ogni forma spuria e incerta di lessicalizzazione del dittongo. Lo Stato mi ha incriminato, ma la storia della linguistica italiana mi assolverà.»

Andrea mennini righini ( alias : andrea stopardi)

Autore: liberoescorretto

Scorbutico. Amo scrivere e adoro la mia famiglia. Preferisco il mondo animale a quello umano. Detesto i luoghi comuni e i ruffiani. Sono presuntusoso e arrogante e credo di avere spesso, se non sempre, ragione. Se qualche volta cedo il passo è solo perchè non ho più voglia di discutere o non ritengo l'interlocutore interessante. Per il resto tutto a posto.

1 commento su “LA RIVOLTA DEL DITTONGO MOBILE”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...