FINALMENTE LA FATTURA ELETTRONICA !

 

Sapevamo tutti che questo inizio d’anno non sarebbe stato uguale agli altri.

Dal 1 Gennaio 2019 è finalmente entrato in vigore l’obbligo della fatturazione elettronica anche tra privati.

Vivaddio! Non vedevamo l’ora, e personalmente ero un po’ in ansia, soprattutto dopo aver letto di un possibile rinvio che non avrei potuto subire senza conseguenze.

Poi fortunatamente quanto temuto non è successo, e ora possiamo finalmente dire di essere un paese all’ avanguardia.

 

Non importa se i nostri treni non sono mai in orario e paiono spesso essere carri bestiame, per come ospitano i pendolari, poco importa se le strade sono piene di buche e la sanità funziona poco e male. L’importante è che in Italia esista e sia in vigore un meccanismo di fatturazione che ci invidia tutto il mondo, un sistema di interscambio nazionale sdi con cui potremo, e dovremo, anzi già dobbiamo, scambiarci fatture in formato Xml (extensible markup language).

Non so cosa vuol dire e non capisco come funzioni, ma poco importa, l’essenziale è sapere che gli Italiani sono un popolo moderno e che, almeno sotto questo punto di vista, i francesi stanno morendo d’invidia nei nostri confronti.                     

Mentre a Parigi i balli e cotillon sono terminati con l’alba dell’anno nuovo, in Italia, così mi hanno detto, c’è stata gente che ha prolungato i festeggiamenti per salutare il nuovo provvedimento normativo/fiscale con spumante, cotechino e lenticchie, tributando particolari omaggi e pensieri non solo ai nostri Senatori e deputati e ai Governi (precedente e attuale) che ci hanno confezionato questo bel regalo, ma anche, per simpatia e affinità,  all’agenzia delle entrate, ai suoi funzionari e a tutte le persone che lavorano nel settore.

Abbiamo anche saputo, ma sulla notizia non abbiamo avuto conferme, che interi gruppi di volenterosi, una volta spentasi l’eco delle feste, si sono recati in pellegrinaggio a Montecitorio per ringraziare personalmente il parlamento di tanta generosità, portando a spalla statue in gesso dei promotori del nuovo sistema di fatturazione, e accompagnandosi con canti e inni di gioia.

Purtroppo non è dato sapere se con se hanno portato anche regalie varie e omaggi, anche se fonti non verificate parlano di decine di persone con cesti di frutta e ortaggi da consegnare direttamente a ogni singolo parlamentare.

Così per gradire. Magari consegnandoli da lontano, visto l’impossibilità di raggiungerli fisicamente, con la speranza di coglierli in pieno per evitare loro di piegarsi qualora qualche sedano o pomodoro, fosse cascato per terra.

 

E se a qualcuno tale comportamento potrà apparire esagerato, vorrei richiamare la Vostra attenzione alcuni punti fondamentali della riforma che ci dimostrano come al contrario i riconoscimenti tributati sono addirittura inferiori rispetto a quelli meritati.

Vi par poco infatti il poter dire addio alle fatture cartacee e agli archivi, il non doversi più occupare di far timbrare al benzinaio, sul libretto apposito, gli acquisti di benzina, il non dover pensare neppure a spedire più le fatture.

Cosa volete che sia, in confronto a tanti e tali benefici, dare qualche spicciolo in più al commercialista, pagare qualche altro spicciolo in più per comprare  i pacchetti preconfezionati di fatture, investire ancora qualche spicciolo per far archiviare le fatture per dieci anni da una software house specializzata, e da ultimo, ma non per ultimo, corrispondere un mucchiettino di altri spiccioli a un dipendente per compilare le fatture stesse… tanto gli spiccioli non ci mancano!

Certo ci vorrà un po’ di tempo e qualche imprecazione per compilare correttamente le fatture e farle archiviarle, e qualche volta sbaglieremo a farlo, ma alla lunga i vantaggi supereranno certamente le problematiche.

Non lo dico solo io, ma molti eminenti studiosi, che ci danno frequentemente lezioni dai loro scranni e che arrivano a dire che:

finalmente potremo ottenere tagli fino all’80% dei costi sull’intero ciclo dell’ordine, per via di un cospicuo aumento del tempo e delle risorse da dedicare alle mansioni a valore aggiunto e una spinta decisiva al cambio di mentalità di imprese e professionisti verso l’economia digitale.

E che aggiungono:

I benefici della fatturazione elettronica si riverberano su tutti gli elementi del ciclo dell’ordine, velocizzano la riconciliazione dell’informazione e riducono i tempi amministrativi di approvazione e individuazione di eventuali discrepanze o errori. Con il formato elettronico standard si coglie la singola riga dell’ordine, con risparmio di tempo e denaro e innalzamento della qualità del lavoro.

Se qualcuno che legge queste righe pensa che ci stanno a prendere per i fondelli…, sbaglia, perché può sembrare, ma non è così, dato che nella realtà siamo noi stessi che gli permettiamo di coglionarci credendo alle favole e alle spiegazioni tecnico/scientifiche di Soloni del piffero, che ci vengono a illustrare l’opportunità unica di adottare un meccanismo che altro non è che un ennesimo balzello e un sistema diffuso di controllo su tutti noi.

Siamo noi stessi che ci diamo la zappa sui piedi, e su altro, ascoltando senza fiatare, personaggetti che quando non riescono con dati e numeri a dare contezza scientifica delle loro porcherie, danno il meglio di se con spiegazioni che avrebbero avuto miglior fortuna se lette sui foglietti  dei “Baci perugina” e che ho trovato questa mattina su un sito internet:

Perché non importa se con questo provvedimento si fanno ulteriori sacrifici dato che: Il beneficio “culturale” deve contare quanto quello “economico”.

Ecco sul fatto che il beneficio sia culturale e non altro c’è poco da dire, se non che forse i francesi, non stano morendo per invidia nei nostri confronti, ma solo per il troppo ridere.

Andrea stopardi (Liberoescorretto.blog)

 

SIAMO SEMPRE PIU’ VECCHI !


 

Se fino a qualche anno fa cambiavo canale quando sullo schermo della Tv vedevo apparire Mirabella con il suo “Elisir”, leggevo con marcato distacco e voluta disattenzione redazionali su medicinali e salute, e saltavo d’un balzo, come se neppure li vedessi, articoli di giornale in cui si discorreva delle problematiche degli anziani, è altrettanto certo che da tre o quattro anni, mi sono ritrovato lettore molto più attento e critico sull’argomento.

Per un po’ mi sono chiesto la ragione di questo repentino cambio di gusti, dandomi di volta in volta spiegazioni diverse.

Dapprima mi sono detto che era per cercare qualche rimedio al dolorino alla schiena che sentivo scendendo le scale e per avere qualche nome di medicinale per il fastidioso dolore alla cervicale.

Poi ho pensato che in questi ultimi anni fosse cresciuta la bravura di chi scriveva i pezzi e fossero più interessanti i nuovi conduttori televisivi. Non convinto dalla banalità delle riposte, ho addirittura dato merito ai miei occhiali nuovi che mi permettevano di leggere meglio.

Ma poi, da ultimo, guardando la mia carta d’identità ingiallita pur non essendo stata al sole, ho dovuto metabolizzare quello che era ovvio…e cioè che quegli argomenti, soprattutto per l’età, non mi erano più totalmente estranei.

Detto ciò, che non è alibi né giustificazione, ma conforto per le mie nuove attenzioni, mi sono letto con certosina pignoleria quanto pubblicato da “OK! Mugello” sul “Profilo di salute del territorio”, e segnatamente i dati statistici riportati sugli anziani, la popolazione e la sanità.

Al termine della istruttiva lettura, ho inizialmente preso atto con soddisfazione, soprattutto in tempi in cui si discorre di tagli alle pensioni e altre amenità del genere, dell’innalzamento del tasso di vecchiaia e del fatto che in Toscana, e segnatamente nel Mugello, ci sia una risposta adeguata delle Istituzioni alla crescente richiesta di servizi e assistenza per le fasce anziane della popolazione anziana, numericamente in continua crescita.

Dopo la momentanea positiva riflessione sulla bontà della notizia, perché sarebbe da matti non considerarla tale, ho anche pensato, per ragioni intuitive anche personali (se tutto va bene, siamo infatti tutti destinati a diventare anziani) alle problematiche che tutto ciò può comportare.

Il fenomeno dell’aumento dell’aspettativa di vita media è stato veloce e esponenziale nella sua crescita. Nella cosiddetta età preistorica del bronzo l’età media dell’uomo si attestava sui 27 anni, in epoca preindustriale, quindi pochi secoli fa, l’aspettativa di vita non superava i 45/50 anni. Oggi si entra nella terza età a settanta anni e in occidente la speranza di vita è di 75/80 anni.

Se tutto questo non può che rendere felice i singoli individui (e il sottoscritto) perché a ognuno di noi piace solcare il più possibile questa vituperata terra, è anche indubbio, che tale stato di cose modificherà grandemente la composizione della popolazione, con ogni intuibile conseguenza di ordine economico/finanziario e di bilancio per lo Stato, e gli Enti locali, che dovranno farsi carico di tutto ciò.

In sostanza, l’invecchiamento precoce e repentino della popolazione e la diminuzione delle nascite, faranno si che fra un po’ saremo tutti vecchi (si spera), sani (ce lo auguriamo), ma anche decrepiti (brutta parola, che però rende bene l’idea) e incapaci per ragioni fisiche, di provvedere, anche solo parzialmente, a noi stessi, in presenza di uno Stato incapace, o solo impossibilitato, a provvedere per tutti, per via di risorse dedicate insufficienti, che ancora una volta sarà costretto a scaricare il problema sulle famiglie.

Cosa faremo allora, e cosa fanno già oggi in molti?

Cosa faremo quando nessuno potrà stare a casa a far compagnia ai nostri vecchi?

Girala come vuoi, a meno di miracoli che al momento non si vedono all’ orizzonte, ci sono e ci saranno solo due soluzioni.

la prima sarà quella di trovare una badante, che pare cosa facile, ma facile non è.

Perché, quando anche la trovassimo, ci si porrà il problema dell’opportunità o meno di far entrare in casa persone di Paesi, lingua, cultura e talvolta religione, diverse.

Risolto questo, nascerà l’esigenza di ottenere il gradimento della persona assistita, che spesso non vuole nessuno  o non ritiene di essere così vecchio da avere necessità di un’assistente… poi ci saranno da valutare i costi, le pastoie burocratiche, i problemi assicurativi (ore, categoria, mansioni) con i rischi di possibili cause per straordinari diurni e notturni, le insopprimibili e giuste esigenze della stessa badante, che ha, a sua volta, una famiglia e un diritto alle ferie, oltre agli altri mille problemi che chi ha una badante in casa ben conosce.

La seconda soluzione è quella di mettere l’anziano in una casa di riposo.

E qui si passa dalla padella nella brace. I costi, a meno che tu non abbia avuto la fortuna di avere sussidi o presidi assistenziali sono alti, spesso altissimi, e talvolta la collaborazione economica in famiglia scarseggia, perché quando c’è da tirar fuori quattrini qualche fratello si ritrova figlio unico, e poi l’anziano non vuole andarci perché si sente sradicato dalle proprie cose e dalla casa dove ha vissuto, e così via.

Come si vede il problema non ha una facile soluzione, che però va cercata, perché non serve rimandarla e più il tempo passa e le cose si complicano

E’ quindi necessario che lo Stato (tutti gli Stati) affrontino questo enorme questione che interessa tutti il prima possibile, dedicando studi, attenzione e risorse attuali e future, per scenari che non sono ipotesi teoriche ma certezza.

Detto questo, solo per un attimo, permettetemi di lasciare il crudo realismo dei numeri e aprire il libro dei sogni per sperare  che nel nostro prossimo futuro si possa tornare, per una volta a un passato diverso, più felice e solidale, dove sarà possibile apprezzare la crescita dell’età media delle persone non come un problema ma come una risorsa, dove chi è anziano non si sentirà zavorra ormai inutile  per gli altri e a se stesso ma potrà sentirsi ancora persona viva e non cosa vecchia da buttare, perché tutti dobbiamo ascoltare e tenere a mente quanto dice un antico detto orientale: quando muore una persona anziana è una biblioteca che brucia.

Sante parole queste…e poi quel dolorino che ho alla schiena non accenna a diminuire…

Andrea Stopardi (liberoescorretto.blog)

 

Daniele non è più tra noi

Perché non ci siano altri ‘Daniele’. Riflessione su come aiutare chi è più fragile

Daniele abitava in Mugello dove viveva da sempre, aveva quaranta anni e si è ucciso nei giorni scorsi dandosi fuoco. Lo ha fatto durante quelli che sono i giorni più belli dell’anno, quando le famiglie si riuniscono per festeggiare insieme il Natale, scambiandosi doni sotto l’albero, o vicino al presepe, in un tripudio di luci colorate e tavole imbandite.

Non sappiamo le vere ragioni di questo gesto intimo, personale e doloroso, perché se è vero, come è vero, che la cronaca, (che peraltro fa il suo lavoro), cerca di darne una fredda e razionale spiegazione, è altrettanto vero che dietro questa scelta estrema, non c’è mai un solo motivo, ma una serie di concause calate in un mondo di disperazione, che, con molta prudenza e altrettanto rispetto, possiamo solo immaginare.

Ogni anno in Italia si contano più di 4000 suicidi, e dietro ognuno di questi, si celano drammi, si nascondono persone vere con la loro solitudine e con le tante delusioni amorose, donne e uomini con inimmaginabili fragilità, con gravi problemi economici e con le tante angosce vissute e spesso non dette.

In Italia si parla di circa 350 casi di suicidio ogni mese che solo in 52 casi (quindi il 15% del dato complessivo) originano da una concomitante malattia fisica, altrimenti detta depressione, facendo dipendere i restanti 298 come dipendenti da ragioni di mera natura socioeconomica.
Traducendo questi dati in parole povere e soldoni, si ricava che la stragrande maggioranza di morti autoinferte, come le chiama chi ha studiato, è causata dalla mancanza di un lavoro e dalla conseguente contestuale espulsione di fatto dal contesto sociale di riferimento.

Emile Durkheim, che è uno tra i pensatori più autorevoli della sociologia contemporanea, partendo proprio dalla fredda analisi dei numeri statistici, ha dimostrato che è proprio la mancanza di valori condivisi dalla collettività che determina la perdita di stabilità e che può provocare nei singoli individui un sentimento di impotenza, di insoddisfazione e di inutilità, spesso soffocato dal suicidio.
Ecco perché si ritiene, nei consessi scientifici e nelle sedi cosiddette opportune, che nella maggior parte dei casi le ragioni di una morte voluta vanno ricercate in problematiche di ordine finanziario: dai debiti che non si possono onorare, alle scadenze di pagamento improrogabili, passando per bollette non pagate e mutui ai costi non più sostenibili, dai pignoramenti in atto fino ad arrivare alle più piccole questioni, minori ma egualmente drammatiche, come potrebbe essere l’impossibilità di fare dei regali ai propri cari per le feste.

Non sappiamo se Daniele, come i molti altri, si sia sentito impotente a risolvere problemi economici, o sia stato disilluso dalla costante vana ricerca di un lavoro, o ancora sia stato soverchiato dall’angoscia della solitudine. Quello che è certo è che lui viveva una vita apparentemente normale in una famiglia normale, ed era una persona speciale che non meritava di essere lasciato solo, anche perché quando c’era bisogno di lui, o lui stesso riteneva che ci fosse bisogno del suo aiuto, era il primo a partire senza pretendere nulla, senza neppure aspettarsi un ringraziamento, e come volontario lo aveva fatto molte volte nella sua vita, anche recentemente correndo in aiuto di popolazioni che avevano subito disastri.
Quando però è stato lui ad avere necessità di un aiuto, nessuno però è riuscito ad aiutarlo. Anche per questo Daniele non ce l’ha fatta più ad andare avanti e si è tolto la vita a tre giorni dal Natale.

In un mondo dominato da spot televisivi fatti di palcoscenici patinati, famiglie perfette e sorridenti, supereroi del quotidiano e donne bellissime intente a profumarsi in piscine dorate, Daniele forse si è guardato intorno e si è visto stanco e inadeguato per un mondo scintillante come i diamanti, ma altrettanto gelido come queste pietre.
In un mondo spietato dove ognuno di noi vive la propria solitudine in mezzo a moltitudini di gente indaffarata che non vive più la comunità e che non sente più il dovere, e il piacere, di essere solidale o comunque condividere i problemi l’uno con l’altro per cercare una soluzione insieme, e si è sentito escluso.
Forse ha pensato che per farne parte ed essere accettato dagli altri, bisognava esserne all’altezza, e per farlo doveva avere almeno un lavoro che non c’era e che non trovava.

Ora Lui non c’è più, mentre continuano ad esistere quelle false rappresentazioni di una realtà solo immaginata ed effimera che convive insieme a milioni di persone che non hanno uno straccio di lavoro e che non sanno quale futuro le aspetti.
Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere questi annosi problemi, e chi scrive non ha certo né il diritto di dare lezioni ad altri, né la statura morale per farlo, ma è sicuro che se tutti ci mettessimo un po’ di buona volontà, un minimo di solidarietà e un pizzico di attenzione in più per chi ci è vicino, e ci ostiniamo a non vedere, molti Daniele sarebbero ancora tra noi. Anche in Toscana, e nel nostro territorio, che si dipinge giustamente per molte ragioni come area felice, il numero delle persone che mettono fine alla propria esistenza per le più svariate ragioni è alto, a ciò contribuendo la crisi economica e la mancanza di prospettive serie di lavoro, che sono in stretta relazione percentuale con questi eventi.

Scrivendo queste poche righe vicino alle feste e parlarvi di suicidi può esservi sembrato opportuno come prendere un pugno nella bocca dello stomaco dopo aver mangiato un mezzo tacchino, ma l’ho ritenuto doveroso, perché le luci di Natale che addobbano le nostre case, non siano schermo per offuscare alla vista i drammi che sono intorno a noi, ma possano essere invece il mezzo per aiutarci a vedere chi è in difficoltà, e magari dargli una mano.
Perché a volte basta veramente poco per accorgersi dei Daniele che ci stanno accanto e della loro disperazione.

Andrea Stopardi (liberoescorretto.blog)

 

Il coraggio di dire basta alla violenza sulle donne

Tutto cominciò, si fa per dire, con il caso Weinstein.

Siamo nell’Ottobre del 2017 quando il New York times e il New yorker, importanti giornali pubblicati nella grande mela, riportarono le accuse di molestie, aggressioni e violenza sessuale perpetrati da Harvey Weinstein, ricchissimo e potente produttore americano, nei confronti di una dozzina di donne.

Quando nelle premesse di questo pezzo ho introdotto lo scabroso argomento con “tutto cominciò”, salvo poi mitigare l’abbrivio con “si fa per dire”, non intendevo datare in nessun modo l’inizio delle violenze sulle donne, ci mancherebbe altro.

Queste sono da sempre esistite.

Basti pensare alle medievali barbare consuetudini dello jus primae noctis, alle primitive usanze in cui la donna era poco più che un oggetto, e via via passando per il rinascimento e le epoche moderne, dove accanto ad una formale evoluzione del ruolo delle donne, non si è assistito, se non in parte, ad una effettiva concreta diversa concezione del ruolo femminile all’interno della stessa società, maschilista per scelta e vocazione.

La donna, volenti o nolenti, è sempre stata vista dall’uomo come oggetto sessuale: Il maschio è per definizione cacciatore e la donna una preda.

Anche in un rapporto paritario, anche in un contesto di reciproca volontà di conoscersi in senso biblico, alcune regole non scritte hanno sempre presupposto un certo rituale. L’uomo deve fare i suoi passi e la donna deve far finta di cedere. Più o meno.

Guai se è la donna a prendere l’iniziativa. Si corre il rischio di far scemare ogni velleità maschile con ogni pratica conseguenza intuibile e soluzionabile solo con prodotti farmaceutici spesso di colore blu.

Al di là del tentativo di far sorridere, il fatto che questo stato di cose sia sempre esistito non vuol dire che sia giusto o anche solo accettabile, anzi, sarebbe quasi l’ora di finirla.

Ma torniamo ancora all’inizio di questo pezzo.

L’ottobre del 2017, non è dunque la data di inizio della violenza sulle donne o il tempo in cui queste sono state denunciate per la prima volta, è soltanto che in quella data, qualcuno finalmente ha dato ascolto ai molti gridi di dolore e di rabbia non raccolti, ed anzi spesso mal sopportati o nascosti sotto la sabbia.

In quella data, nell’opinione pubblica (peraltro non tutta) ci si è accorti che forse era il caso di darci un taglio. Naturalmente parlo di taglio in senso metaforico! Anche se in qualche caso una soluzione “definitiva” mediante un taglio netto, potrebbe essere auspicabile.

Non ci interessa allora sapere se quegli articoli del New York Times e del New Yorker, siano stati pubblicati per vendere più copie e ”fare scandalo”, l’importante è che l’obiettivo sia stato raggiunto.

Da quel momento in poi molte donne hanno infatti avuto la forza e il coraggio di denunciare quanto accaduto. E tali fatti sono stati tali e tanti, da far ritenere a parte dell’opinione pubblica che tutto questo non fosse possibile, o che si trattasse solo di una psicosi collettiva, o di denunce fatte da stelline del cinema vogliose di emergere dall’anonimato, o più attempate mezze attrici, magari figlie di un regista, agognanti maggiore notorietà, che non riuscivano ad avere, solo mostrando se stesse sui social in pose ammiccanti ed estreme.

E’ evidente che in tutte le situazioni c’è sempre qualcuno che tenta di utilizzare pro domo sua gli eventi, e non c’è da escludere che anche in questo caso qualcuna abbia tentato di salire sul carro e provare a approfittarne, per poi magari rimanere accusate essa stessa di violenza su minori “maschi”.

Ma al netto di questi singoli episodi, minimali e esecrabili, è però evidente che il fenomeno è ampio e in vigore da tempi immemore, e che solo un coraggio da leone, o meglio da leonesse, ha permesso di far venire fuori tutto lo schifo che si cela dietro queste situazioni.

Mi fanno personalmente ridere coloro che ritengono la nostra civiltà occidentale migliore di quella che proviene da oriente, o coloro che sostengono la inferiorità culturale degli islamici perché questi coprono i capelli alle loro donne, quando nascosta dietro un’ipocrisia di maniera e consuetudini barbare, si consumano nelle segrete stanze di un ufficio e nelle scuole, episodi che meriterebbero, questi si, punizioni “islamiche”.

Ok mugello ha pubblicato le dolorose e difficili narrazioni di una signora oggi adulta in cui racconta le molestie subite da un bidello da piccolissima alunna e quelle patite quando questa, più adulta, lavorava in una fabbrica della zona.

Pare che la coraggiosa signora abbia aperto uno spaccato su una zona, come la nostra, che pareva essere un’isola felice, e che altre donne stiano facendo lo stesso.

Noi non crediamo, non abbiamo mai creduto, che esistano dei posti fisici esenti da questo tipo di vergognose azioni, perché la questione non è territoriale ma culturale.

E il discorso ci porterebbe certo lontano, fino ai confini che esistono tra amore, piacere e esigenza di possesso.

Chi scrive non ha però la competenza per affrontare il problema sotto questo lato, e può solo fare qualche considerazione di buon senso, come quella  di affermare  che fino a che non si capirà che il rapporto tra un uomo e una donna deve essere il frutto di una condivisa esigenza e di scelta, amorosa o meno, non si farà che perpetuare animaleschi istinti che non sono mai stati sopiti, dove chi è in posizione di superiorità, per ruolo, possibilità, denaro o altro, può ritenere di poter disporre a piacimento di altre volontà, sentendosi autorizzato, per ottenere il proprio scopo, a mettere in atto ogni tipo di violenza, fisica e mentale.

Per questo Ok Mugello e liberoescorretto.blog daranno la propria voce a chiunque intenda denunciare ciò che fino ad oggi ha avuto timore di fare. Noi saremo al suo fianco, idealmente e concretamente.

Andrea Stopardi

La mamma degli imbecilli è sempre incinta ( e a volte partorisce gemelli)….

Mattia Bellegrandi, Piermarco Giannotti, Marco Fiorito, Gianmarco Marcello, Maurizio Pisciottu, Massimiliano Cellamaro…

I nomi di questi ragazzi, probabilmente non vi dicono nulla.

Eppure sono famosi. Perlomeno tra i giovani teen agers, perché nella realtà dietro questi nomi comuni, diciamolo pure anche un po’ da fighetti delle classi medio alte, si celano rapper e trapper (scusate ma io non conosco la differenza) di chiara fama, e cioè : Briga, Deleterio, Kaos, Mondo marcio, Salmo e Tormento.

E vuoi mettere una canzone cantata, si fa per dire, visto che quasi tutti parlano(…e anche male) da Deleterio piuttosto che da Piermarco Giannotti.

Si badi bene, io non ce l’ho con questi furbacchioni di primo pelo che macinano consensi e quattrini sparando stupidaggini su rime contorte e melodie ripetitive e stantie muovendosi come tanti scimmioni oscillanti sul palcoscenico, ma solo perché sono dei cattivi maestri per la loro generazione e anche per quella immediatamente successiva.

In questi giorni ci sono sei lenzuoli bianchi nella Marche, a Corinaldo, che coprono i corpi di cinque nostri giovani tra i 14 e i 16 anni e una loro mamma meno che quarantenne che aveva accompagnato la figlia in discoteca proprio per sentire uno di questi fenomeni musicali.

La cronaca ci dice che la folla ha calpestato fino a ucciderli  questi cinque poveri ragazzi e la giovane signora, perchè un deficiente, o peggio un criminale, ha ben pensato di spruzzare del peperoncino e causare un disastroso fuggi fuggi in una discoteca dove pare ci fossero più persone di quelle consentite.

Al di là della tragedia in se, delle lacrime, della disperazione delle famiglie coinvolte, e delle responsabilità che accerterà ovviamente la magistratura, sono però rimasto incuriosito dal numero dei giovani che erano andati nel locale per ascoltare il noto trapper sfera ebbasta, che oltretutto non è neppure andato alla serata, altrimenti conosciuto all’ anagrafe cittadina di Sesto San Giovanni, dove è nato, come Gionata Boschetto.

Bene quello che ho scoperto è francamente incomprensibile.

Ben cinque  scuole avevano comprato i biglietti per far andare i propri alunni ad ascoltare questo, così mi dicono, famoso e amato gigante delle sonorità moderne e novello declamatore di versi di stringente attualità che, prima di assurgere all’olimpo della musica, faceva il writer, e cioè insozzava muri e tram.

Ancora per pura curiosità sono andato a leggere i testi delle sue canzoni delle quali trascrivo solo qualche rima, giusto per capire le scelte di quei dirigenti scolastici e l’affetto che i fan provano per il trapper di cui parliamo:

nella tomba mi voglio portare soldi e erba, ma prima di andarci voglio uscire dalla merda.

Spiegarti com’è che vivo non credo che serva.

Hai presente un grammo ? pensa a una serra.

Panico se afferra il serramanico, rapido.

Sali sulla sella e scappiamo nel traffico

Più in fretta della gazzella

Poi abbandoniamo il mezzo al primo angolo

*******

Io non ho parole.

Nei giorni successivi al disastro e alla morte di quei ragazzi, ho saputo che il mitico paroliere sfera ebbasta in segno di lutto e probabilmente di rispetto per le vittime (così come peraltro ha ben pensato di sbandierare ai quattro venti social) , si è tatuato 6 stelline ( il numero delle vittime della discoteca ) sul bel volto statuario.

Io non so se questo ventiseienne cantante si atteggi o meno a ragazzo perduto delle periferie, come pare voglia far sembrare dai suoi testi. Certo, quello che posso garantirvi, è che se ai miei tempi, nelle vere periferie che frequentavo per necessità e scelta, avessi incontrato un tipo così, lo avrei preso a schiaffoni da rifredi fino all’isolotto.

E forse lo farei volentieri anche oggi. A fini educativi, naturalmente o anche solo per aiutarlo a uscire dalla merda come elegantemente afferma nelle sue canzoni.

Andrea Stopardi

Iene, narcisi e Filistei, è la raccolta di racconti di Andrea Mennini Righini, edita da Echos Edizioni.

Un affresco con tante scene, quello di Iene, narcisi e Filistei, dedicate all’affascinante spettacolo quotidiano della miseria umana.

Venti piccole storie che si ispirano a pochi temi fondamentali: l’ipocrisia, l’apparenza e il carattere mendace dell’animo umano.

 

Titolo: Iene, narcisi e Filistei
Autore: Andrea Mennini Righini
Editore: Echos Edizioni
Genere: Racconti
Cartaceo: € 14,00
Pagine: 208
Uscita: 2018

Insomma, troviamo l’attempato avvocato che tenta di abbordare una minorenne sull’autobus, la nonnina truffata da finti carabinieri, il peccatore incallito che si finge disabile per evitare la multa. E infine anche il capitano di ventura che s’innamora del suo nemico e le pie suorine che occultano un omicidio in convento.

In conclusione, “Iene, narcisi e Filistei”, racconta l’assurdo e il grottesco, con dolce ironia e cinismo venato di comprensione.

Andrea M. Righini, oggi avvocato, è stato corrispondente di quotidiani e settimanali, funzionario RAI, autore e conduttore di programmi su emittenti locali, responsabile della comunicazione di una grande società dell’energia. Ha pubblicato Quegli occhi, Scomparso, Niente di nuovo sulla terra e Oltre le colline.

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Recensione di Gino della Mirandola per “Iene,narcisi e filistei”

Iene, narcisi e filistei; Andrea Mennini Righini

IENE, NARCISI E FILISTEI; ANDREA MENNINI RIGHINI

Iene, narcisi e filistei Book CoverTitolo: Iene, narcisi e filistei 
Autore: Andrea Mennini Righini 
Casa editrice: Echos edizioni 
Data di Pubblicazione: 15/11/2018 
Pagine: 208 

Sinossi

Iene, narcisi e filistei conta venti racconti brevi e meno brevi volti a investigare e drammatizzare l’ordinaria ipocrisia dell’essere umano. C’è posto per l’attempato avvocato che tenta di abbordare una ragazzina sull’autobus, la nonnina truffata da finti carabinieri, il peccatore redento che si finge disabile per evitare la multa, il capitano di ventura che s’innamora del suo nemico e il primario che perde la testa e la dignità per una diagnosi sbagliata. E si parla anche di un omicidio in convento, di uno strozzino idealista e di logge massoniche di periferia… Donne e uomini che combattono contro sé stessi e i propri difetti soverchianti, senza mai affrancarsi o elevarsi dalla comoda e comune miseria cui sono abituati.

IENE, NARCISI E FILISTEI; ANDREA MENNINI RIGHINI CI REGALA VENTI RACCONTI BREVI E MENO BREVI VOLTI A INVESTIGARE E DRAMMATIZZARE L’ORDINARIA IPOCRISIA DELL’ESSERE UMANO.

I racconti sono tornati di moda, anche in Italia. Soprattutto racconti di genere, improntati su trame oscure o sconcertati, sulla sperimentazione o la ricerca di nuovi mondi espressivi. Invece, i venti racconti raccolti da Andrea Mennini Righini in Iene, narcisi e filistei (edito da Echos Edizioni) tornano al consueto, osando un confronto con il tenore più classico della novella, concentrandosi su brevi narrazioni di carattere morale e immorale, i cui protagonisti sono uomini ridicoli, meschini, colpevoli e corrotti: in due parole, profondamente umani.

Ognuno di questi racconti lascia al lettore un’impressione generale di amarezza, un senso quasi impalpabile di sconfitta, strettamente legata all’atmosfera tragica della nostra epoca, di un mondo dove tanti piccoli fatti contraddittori e vergognosi coesistono e si sviluppano indisturbati, senza in fondo significare gran che. Quasi tutto, attraverso gli occhi di Andrea Mennini Righini, appare risibile, squallido, degradante e al tempo stesso eternamente uguale, irrimediabile e sfuggente a un giudizio ultimo. Forse la morale è che siamo tutti colpevoli e, per istinto, tutti criminali con parecchi scheletri nell’armadio.

Il secondo racconto di Iene, narcisi e filistei parla per esempio di un avvocato di mezz’età che si reca al tribunale utilizzando i mezzi pubblici. Ci viene presentato come un uomo sicuro di sé e del proprio fascino, attento all’apparenza, persino vanitoso, e infastidito dal disordine e dalla sciatteria delle persone che viaggiano con lui sul bus. Poi però il maturo avvocato vede una ragazzina e se ne innamora all’istante. E basta questo a trasformarlo in un goffissimo e disgustoso molestatore da autobus.  

IENE, NARCISI E FILISTEI; ANDREA MENNINI RIGHINI CI REGALA VENTI RACCONTI BREVI E MENO BREVI VOLTI A INVESTIGARE E DRAMMATIZZARE L’ORDINARIA IPOCRISIA DELL’ESSERE UMANO.

Qualcosa di simile succede nel racconto intitolato “Com’era verde la mia valle” dove conosciamo un signore che avanza con la sua vettura ibrida in un bosco, con gli occhi e il cuore pieni di gratitudine e ammirazione nei confronti della natura. Dopo qualche pagina di incantata esaltazione dell’ambiente incontaminato, il protagonista inizia a sversare i suoi rifiuti pericolosi nel ruscello che attraversa il bosco.

Lo schema è più o meno questo in tutti i racconti di Iene, narcisi e filistei, il cui principale difetto è appunto la prevedibilità dinamica. Ciò non significa che manchino le sorprese, anzi ce ne sono in ogni racconto, ma il lettore più raffinato capirà presto il meccanismo interno della raccolta.

Il valore della collezione resta comunque alto. Andrea Mennini Righini è severo, pessimista, tanto sulla nostra epoca che sull’uomo in generale. Ma comunque sa trattare con sensibilità tutti i suoi personaggi, e forse sa anche perdonarli. Come a suggerire che non c’è davvero un libero arbitrio, ma siamo tutti destinati a essere falsi, egoisti e tristi, e che quindi siamo tutti innocenti.

La forma, semplice, chiara ma non piatta, della scrittura di Andrea Mennini Righini è, in fin dei conti, un invito a leggere altri racconti. Qui dentro c’è l’eco di Maupassant e di Flaubert. E ci sono anche un paio di esperimenti interessanti con la lingua (come quando l’autore imita lo slang di un giovane trapper o quando gioca con l’arcaismo e il tono boccaccesco in un racconto ad ambientazione medievale). E chiuso il libro, si continua a pensare al destino, tragicomico e grottesco, dei personaggi con cui abbiamo avuto a che fare.

Recensione a cura di: Gino Della Mirandola

Appassionato di racconti? Prosegui la lettura con Racconti da ridere  di Marco Rossari. 🙂